• São Paulo – São Paulo, Vol 1

    Certi viaggi rimangono nella memoria più di altri.
    Questa è la storia di un viaggio di parecchi anni fa. E il racconto del mio viaggio iniziato nel febbraio del 2003 a Sao Paulo e terminato trentaquattro giorni dopo. Sempre a Sao Paulo.
    Ecco, va anche detto che nel mezzo c’è l’attraversamento di Bolivia, Perù e tutto il Brasile, con  la sua sterminata costa. Ma la storia doveva essere tutta un’altra.
    In questa storia ci sono io, allora venticinquenne, il mio compañero Marce Matt DaMon, Mr.3M, per via della spiccata somiglianza col celebre attore,  e un’altra persona ben più vecchia di noi, di cui adesso non vi parlo.
    Questa storia inizia con un errore. L’ acquisto presso una edicola multifornita, di una cartina del Brasile scambiata erroneamente con una  dell’intera America del sud.
    La prima volta che l’aprii nella sala di attesa della grigia Malpensa la dovetti usare prima come riparo dagli sguardi languidi di un finocchio  poi,  passando  all’attacco, come utile nascondiglio per sbirciare una morena intenta a sfogliare Vogue, e solo più tardi come lenzuolo per far fonte alle inadempienze della compianta Varig.

    L’arrivo a Sao Paulo è sempre l’arrivo a Sao Paulo. Dopo che ci voli mezz’ora sopra hai la certezza che, se Deus Quizer,  entro quaranta minuti sarai in fila  per sentire l’ annuncio attesissimo “Prooooosimo!”.   Pagina libera in bella vista, sorriso da ranocchio al primo giorno d’asilo, occhiata maliziosa se l’ufficiale è donna e ..BAM.

    Che la festa abbia inzio.

    Il trasferimento verso il centro è caratterizzato dalla compagnia logorroica del solito frocio, della solita OnG, con la solita erre moscia -rigorosamente radical-chic-,virtuoso nelle sue raccomandazioni del caso: Sao Paulo è sempre più peVicolosa, non fatevi mai cogliere da soli,state attenti e bla bla bla, “ E una Vaccomandazione fra tutte”-
    “Anche se sarete in disappunto, vi consiglio di alloggiare nella zona tra la Santa Eufemia e la Augusta;  benchè zone di profondo meVetricio è necessario che facciate l’equazione  prostituzione uguale turisti, uguale movimento e che uguale a pattugliamento della polizia”.
    Faremo questo sforzo “Sir” e cercheremo di sorvolare sull’aspetto del degrado dell’animo umano, dell’orribile piaga del turismo sessuale, delle disuguaglianze sociali, della mercificazione dei corpi. La sicurezza vien prima.

    Ode a te amico mio.

    Dopo aver alloggiato in nostri zaini in un hotel treis estrelas lungo l’Av Augusta facciamo il punto della situazione: dispongo il copri-lenzuolo della DeAgostini e  subito Sao Paulo mi appare come il  vertice di un triangolo rovesciato che controlla i due  angoli antagonisti: rispettivamente Iquitos (perù) e Belem (delta del rio delle amazzoni) e una sterminata  area forestale interna…quella della gnocca. Ma di questa mia visione Mr. 3M sà ancora nulla….e anche i miei due o tre lettori mancano di sapere,   che il Mr.Marce al tempo, poteva vantare  un curriculum da “viaggiatore” dove spiccavano in bella vista serate insonni  all’Insomnia di Ibiza e slinguazzate varie a Mikonos assieme agli amici del muretto. Certo, nulla a che vedere con il senior di oggi: atleta affermato di Brazialian Jujitzu nelle palestre di Copacabana, pericolosissimo adescatore al Barrashopping nonchè minuzioso censitore delle termas  cariocas…

    Liberati dalle stanchezze del volo ci immergiamo nelle “torbide” atmosfere dell’Avenida dell’infamia : macchine incolonnate con guidatori presi dalla contrattazione, neon di vecchi peep-show, buttadentro (in)discreti e i soliti pericolossimi AVATADOS che scherniscono i turisti increduli.
    Ci infiliamo in un barzinho fatiscente per una Brahma e ai primi colpi di mortaretti, o altro, non è dato a sapersi, e sopraggiunta   pattuglia, decidiamo che è l’ora della nanna.
    Il mattino seguente ci accoglie col sole alto, decidiamo così di fare quattro passi nella city per prendere tempo e  decidere un primo itinerario. Per riflettere non c’è cosa migliore che farsi trasportare dal fiume umano del Viaduto do chà e lasciarsi sfociare in Praça da Republica:  una totale confusione per i sensi, mai visto così tanti negozi, bancarelle, grida megafoni cartelloni umani ambulanti. Posto migliore per fare perdere le proprie tracce non potrebbe esistere, penso. Ma noi abbiamo un percorso da tracciare invece l’abbiamo,  e così decidiamo di fare sosta al bar della Brhama all’angolo tra la Ipiranga e l’Avenida Sao Joao. Si, proprio il baretto tanto caro a Caetano Veloso.
    “Penso che dovremmo andare in Bolivia” sentenzio, dopo un primo sorso di chopp.
    Mr 3 M “ Bolivia? …a fare ? Ma non si era parlato di qualche giorno in Mato Grosso per poi tornare sulla costa?”
    “ Vero, ma saremo a un tiro di schioppo dal confine: al dì là si estende un territorio paludoso dove hanno girato gran parte del film Mission, ci sono le missioni gesuite, è una terra molto affascinante. Ci voglio andare da sempre”- “ E poi …” “ Poi?” , Mr. 3M si fa teso.
    “ Poi forse c’è anche Fran..” “ Fran? maddaì, è atterrato da tre giorni a Curitiba dopo mesi di attesa per vedere la sua bella, non verrà mai..”
    Fran è la terza figura di questa storia. Allora ultra-quarantenne, anima purissima e intonsa  da spiriti lussuriosi  sebbene veterano del Brasile, i suoi anni e anni di viaggi in tutto il  Brasile hanno avuto un  unico scopo: incontrare e seguire come un Gps la sua amata Clara, meravigliosa milf ariano-curitibana, ispettore di polizia civile; una di quelle persone per cui  divisa e distintivo sono molto di più che un posto al sole, una vera vocazione insomma. Tale da sacrificare tutto il resto. Anche l’amore. Se quando Clara si prefissava di prendere un pericoloso latitante c’era ottima possibilità di riuscita, seguendolo ovunque, c’era invece  la certezza assoluta che Fran l’avrebbe trovata prima.
    “Sono certo che in meno di una settimana verrà puntualmente “valigiato” e a quel punto ci contatterà, tanto vale anticiparne in tempi.”, sentenzio alzando il braccio in corrispondenza del garçom per chiederne un’altra.
    “Allora? Come ci muoviamo?”
    “ Tira fuori una coperta che questa notte ce la facciamo in autobus” “Si parte per Campo Grande”.
    Quello che ho omesso di dire e che in quel di Campo Grande avevo da tempo fissato un randez- vouz con la mia musa dell’epoca: Miss Laìs Marina. Ricordo quando la incontrai per la prima volta due anni prima, sempre a Campo Grande, e commise  l’errore di salire sul nostro taxi. Un gattino bagnato. E quegli occhi verdi selvaggi ai piedi di una fronte spaziosa con i capelli lunghi e corvini, ricordo ancora il commento di Fran, sempre al mio fianco, “Sta volta sei fritto, questa é minorenne..” – Scopriì poche ore dopo nella stanza dell’hotel Joaquim che in realtà aveva ben quattro anni più di me e tre pargoli da allevare. Al tempo della narrazione si era messa con un anziano poderoso di Ponta Porà, pericolosa città di frontiera col Paraguay, e gestiva una boutique di griffe internazionali.
    Nel momento  in cui scrivo è passata a miglior vita dopo una battaglia contro mille mali che la vita ha voluto infliggerle e dopo  infinite  catene umane di preghiere trasmesse nelle radio locali, oggi viene ricordata come una Santa. Almeno da quelle parti. Ha sempre avuto un chè di mistico Laìs: in dieci anni si è convertita quattro volte,  dalla religione cattolica per poi diventare protestante, sempre espirita praticante e ancora cattolica alla fine dei suoi giorni. Parlava tre lingue (portoghese. castigliano e guaranì) e ne capiva almeno altre tre. Senza mai essere  uscita da quella terra fim do mundo.
    Ma questa è davvero un’altra storia.

    Al terminal rodoviario de Tietè sebbene l’orologio ci abbia già traghettati verso i primi minuti del giorno seguente, il caos è tanto. Si può entrare in contatto con tutto il paese partendo da questo terminal, da qui partono autobus diretti verso ovunque, certi viaggi possono durare anche una settimana e non è raro ascoltare casi umani di ogni genere, come questa bimba che mi si è appena avvicinata. Mi ha recitato  in forma metrica la sua storia personale e sta racimolando i soldi per andare a Sao Joao do Paraiso (un municipio dell’entroterra sperduto tra minas e bahia), dove ad attenderla ci sarà un suo patrigno. I genitori naturali sono morti entrambi . Quello che per noi sarà un viaggio come tanti, uno spostamento all’interno di un itinerario dei molti fatti o che faremo, per alcuni, è il viaggio di una vita e che magari ne determinerà gli esiti in maniera definitiva.

    Il viaggio prosegue col solito menù delle città dell’interior paulistano: Butucatù, Baurù, Araçatuba, città a chiara vocazione industriale che nelle mie future avventure avrò modo di capitarci  sempre trascinato dalle mille muse incantatrici…
    Al risveglio, il paesaggio –oltre la janela– è mutato considerevolmente: una verde pampa si dipana ai miei occhi, indice che Campo Grande non dista che poche orette ancora.
    Una volta giunti a destinazione, di domenica, ci si presenta una città semi-desertica: qualche pick-up a fare la spola con la radio a tutto volume e il solito profumino di churrasco e carbonella, noi adagiamo le nostre stanche membra nel tugurio di turno.
    Telefono alla mano, contatto Laìs e il nostro carissimo in trasferta a Curitiba. Laìs mi raggiungerà con il primo autobus da Ponta Porà il giorno seguente mentre sul versante curitibano nessuna disponibilità agli spostamenti verso la Bolivia: c’è una luna di miele in previsione che avrà come scenario Fortaleza.
    La sera, fermi a bere un chopp al “posto Absoluto” una  bomba di gasolina, facciamo conoscenza con dei ragazzi locali, pick-up e modding alla fast and fourius, qualche birra in più e tante belle balle sulla nostra visita e in breve ci ritroviamo ospiti in una festa presso la villa di uno del loro giro. Mai è poi mai si poteva immaginare  che una città così desertica potesse nascondere una simile comunità di bellezze da vaquejada: queste bellissime manze con vestitini succinti e cappelli da cow-boy  sono esagerate nelle forme e nelle dimensioni ma muoversi per noi  è un pò un campo minato: non si sa chi sta con chi, e anche i ragazzi non sono per nulla minuti. Raccogliamo un pò di numeri di telefono e rimandiamo il tutto al giorno dopo, in fondo la stanchezza si fa sentire.  E poi domani arriva Laìs…
    Vederla scendere dall’autobus della Expresso Queiroz è uno spettacolo che vale il viaggio, almeno questa prima parte, si intende. Allo scorgere  una gamba lunghissima e bianca ogni dubbio è cancellato in partenza: gonna hippy con stacco semi-inguinale, top bianco che lascia scorgere il ventre piatto, un lungo tatuaggio di ennè che le percorre tutto il braccio, dalla spalla fino alla mano…orecchini di piume e l’immancabile collanina di perle a circoscrivere la fronte spaziosa. Poi il sorriso. Ci baciamo come se ci fossimo lasciati ieri. Laìs che sa di pesca e umbù, Laìs che quando ti tocca  sai perchè sei venuto fino qui.
    In realtà dopo aver ricordato insieme le avventure trascorse e l’euforia del primo incontro mi rammarico di trovarla parecchio tesa, guarda di continuo il  cellulare, il suo uomo la marca stretta e anche la scusa della visita alla sorella  non la libera da certi oneri. E poi Laìs è conosciuta in città, qualcuno dei suoi scagnozzi potrebbe essere in giro, farsi vedere con un estranjeiro le causerebbe non pochi problemi. Bisogna muoversi con circospezione..
    Optiamo per una visita a una aldeia indigena appena fuori città con annesso museo; qualche foto, compriamo un pò di artigianato e lei che parla con tutti. Una lingua indigena piena di consonanti. Il Guaranì può attendere, penso…
    Poi è l’ora dell’amore. Che neanche a dirlo non è mai come te l’aspetti; lui chiama in continuo, la sorella pure, le scuse non reggono più: è tempo di despedida.
    Arrivederci amore, ciao.

    Torno in hotel e Mr. 3M è preso dai combattimenti di valetudo. Poi le notizie: due contadini morti in un agguato, i contenziosi si risolvono a ancora a colpi di fucile da queste parti.

    “Vestiti!”,  “..si parte.” “E…per dove???”

    -“Corumbà!”-

    Anche se molti spendono somme ingenti per osservare gli animali nella fauna matogrossense, costoro non me ne vogliano, ma dovrebbero sapere che  al solo costo del biglietto rodoviario della tratta Campo Grande-Cuiabà è possibile avvistare gran parte della fauna che rende queste regione famosa agli occhi del mondo. Il risveglio in autobus è quanto  di più clamoroso mi potessi attendere: pampa sterminata, pappagalli svolazzanti (e pare pure felici), emù e una quantità indefinita di volatili veramente curiosi.

    Corumbà – la cidade branca– deve probabilmente questo suo soprannome a più di un motivo.  A parte il fatto di sedere su una formazione calcarea,si intende. Ma di questo avrò modo di appurarne più tardi. Per la mia Lonely è la città che ha aperto all’avanzare dell’uomo verso nuove e inesplorate terre. Per noi un posto di frontiera come tanti.
    Si presenta da subito come un posto bollente, i quaranta gradi suonati si fanno sentire  e a peggiorare le cose la presenza del Rio Paraguai ne aumenta l’umidità dell’aria, che a tratti si fa insopportabile. Noto subito certi bagarozzi particolarmente grandi dalla corazza dura e spessa stecchiti ai margini del fiume. Ce ne sono davvero tanti. E penso a quelli rimasti….
    Ad ogni modo stabiliamo il nostro quartier generale, nonché centro di interessi, presso l’hotel Angola; una struttura vecchia e fatiscente che fino a poco tempo fa funzionava esclusivamente “a ore”: i letti rotondi e gli specchi ai soffitti non rimandano ad alcuna ambiguità. A suo favore solo la vicinanza con la dogana, essenziale nel nostro caso.
    Il caldo si fa opprimente  e a pochi passi dall’hotel scorgiamo un barzinho dal lungo bancone di legno antico e pieno di crepe, all’interno sgabelli e tavolini di legno, poster di ragazze spogliatuccie che reclamizzano la birra e immancabili, juke-box e  gioco delle freccette.  Tutto perfetto. Disposte lungo il bancone tre negrone capellute vestite in maniera improbabile data l’ora del giorno a completare il quadretto. A stento riesco a mantenere le risate quando una di queste si gira e mostrandomi la straordinaria assenza di ben due incisivi mi chiede da dove provenissimo. Io rispondo che la domanda più giusta sarebbe dove fossimo diretti perché quel posto non poteva essere una meta per nessuno. Una in particolare mostra in bella vista una coscia le cui smagliature mi rimandano senza indugio alla cartina del Galles. A un certo punto il proprietario si fa avanti e ci chiede cosa “..pensiamo di prendere..”, la  risposta arriva  ovvia e in coro dalla “prima riga pesante”del bancone:
    “Cerveja ….SKOLLLL “ (…O..aggiungo io). Dubbi ??.

    è Mr. 3M a togliermi dall’imbarazzo della situazione con una notizia inattesa, sms di Clara da Curitiba: Fran è in viaggio per Campo Grande. “Come? Dove? Quando?”. Noi ormai siamo proiettati verso la frontiera. Inutili i nostri solleciti via sms, il commissario biondo non risponde.
    Per fortuna la piazzetta fronte barzinho e hotel, è munita di ben quattro telefoni pubblici: un’opulenza da queste parti. Senza pormi troppe domande acquisto un cartão al volo e mi fiondo sul primo telefono disponibile. Chiamo a casa: nulla. Cellulare: squilli poi segreteria. Prima figlia: nulla. Chiamo la delegacia…rispondono. Con un portunol da cani riesco a farmela passare: “Ma dove siete?” “ Siamo a Corumbà”. E la linea cade. Richiamo. Solita spiegazione- ma chi me lo fa fare?- finalmente risponde: “dammi il numero dell’orelhão che ti richiamo!” -Ma cazzo, sei policial e non lo vedi??- Le dò il numero.
    A questo punto mi calmo e attendo. E attendo. E attendo. Poi mi rendo conto che ad attendere non ci sono solo io. Conto almeno altri quattro o cinque uomini dall’aria, diciamo,
    ansiosa e molto poco rassicurante. Ecco che squilla, come mi avvicino vengo intercettato da quello più veloce, strappa la cornetta dice due parole e poi riattacca. Sono stordito dalla sequenza a dir poco incomprensibile. Ecco che la scena si ripete: due, tre volte. Rimango immobile ad  osservarli e anche un po incredulo. Torno al barzinho e ordino un’altra Skol.
    Ma non mi dò per vinto: parlo col proprietario e chiedo spiegazioni. E la spiegazione arriva puntuale per quanto incredibile possa sembrare! L’anziano signore in tutta tranquillità mi spiega che i miei “concorrenti” sarebbero in realtà dei corrieri, o meglio, persone che attendono altri corrieri della droga deputati all’ingrato incarico di attraversare la frontiera. Ma posso stare tranquillo: “alle quattordici in punto tutto finisce”. Perché iniziano le ronde dei federali.
    Capita a Corumbà…la città bianca!
    Più tardi la telefonata salvifica va a segno e riesco a mala pena a comunicare il nome del nostro hotel.
    Il pomeriggio prosegue piatto all’insegna dei negozi con un  climax all’interno di una agenzia turistica dove trolliamo due perle in tailleur azzurro e coscia in bella vista. Numeri di telefono e appunta per la sera dopo. Peccato che saremo già in Bolivia.
    La sera scorre lenta e afosa come il  lungofiume, qualche birra e decidiamo di ritirarci presto, pronti per il passaggio di frontiera del giorno dopo.
    Appena dopo qualche ora, almeno secondo la mia percezione  un telefono squilla.
    -C’è anche un telefono in sto tugurio?- In effetti c’è-. Rispondo con la bocca ancora impastata e il tipo alla reception mi parla tutto agitato. Non ho capito nulla. Infilo le havaianas e mi butto giù dalle scale. Giunto all’ultima rampa mi accorgo che il sole è già alto e una sagoma alta, snella e nera come il carbone para sul ciglio della porta. Provo a mettere a fuoco quest’ombra: la camicia è un omaggio floreale agli  anni novanta. Abbottonata al colletto.  I pantaloni hanno le pens. E i mocassini neri.
    Fran è qui.
    E allarga le braccia per accogliermi in un abbraccio fraterno. “Ciao querido!” Ora inspiro profondamente dal colletto della camicia e posso sentire l’odore del baule della nonna.
    L’odore della sicurezza, ora. L’odore di Brasil.
    Ben arrivato  amico mio.
    Non ho dubbi. Clara l’ha spedito.
    Gli spiego che abbiamo intenzione di andare in Bolivia, magari arrivare sul lago Titicaca e poi.. si vedrà. Mi guarda perplesso ma forse è solo altrove. Magari a Curitiba. “Farà freddo?” “Macchè, in fondo siamo ai tropici”, rispondo sornione. Dimenticavo: lui odia il freddo e soffre di una misteriosa metereopatia nota a tutti coloro che possano dirgli almeno “ciao”.

    Quijarro e il “trem de la morte

    Al di là della linea tutto cambia. Baracche, polvere, cavalli che tirano carretti. Guardie armate. Il Far West.
    Con tanto di fazzoletto sul volto per non respirare i corpuscoli che danzano nell’aria.
    Quei centro metri scarsi per raggiungere il banchetto  del cambio li facciamo incollati tipo sandwich per svincolarci dagli attacchi delle mani indie che arrivano nelle parti basse  col chiaro intento di scippare i nostri averi (ben nascosti). Se è vero che nei paesi del terzo mondo le città di frontiera si assomigliano un po tutte, questo  Puerto Quijarro è un condensato di queste  tutte.
    Qui  si viene per prendere l’unico mezzo che porta a Santa Cruz della Sierra: il treno della morte.
    Costruita negli anni 50’ questa linea ferroviaria che si estende per oltre seicento chilometri ha ricoperto fin dagli inizi il compito di trasportare le migliaia di lavoratori all’interno delle pianure boliviane. Anche durante il periodo in cui una grave epidemia di febbre gialla ha contribuito a decimarne parte delle popolazione. Forse il nome lo  deve a questo. O forse è legato ai numerosi assalti che in tempi passati erano all’ordine del giorno, forse ai morti caduti dal tetto del treno…quello che è certo è che negli anni novanta è stato ribatezzato “il treno della polvere”, quella bianca, si intende. Ma questo l’avevo già capito il giorno prima. Non è certa neanche la durata del viaggio, che può oscillare dalle 17 alle 21 ore, dipende dalle fermate. Sempre e comunque…infinite.
    Il treno si presenta subito come un mostro di ferraglia con finestre enormi senza vetri e con dentro … di tutto: indios, galline, maiali, verdura, elettrodomestici. Ma la vera sorpresa è che il posto per me.. non c’è! Imbarcano i miei due compagni ed io rimango a piedi come un coglione con il biglietto in mano.
    Overbooking.
    Siccome non ho nessuna intenzione di trascorrere la notte in questa sorridente località mi attivo  per trovare una soluzione. E un funzionario locale me la trova subito: in taxi fino a Puerto Suarez e poi da li sperare nel ricambio di passeggeri.
    Arrivo in tempo al terminal di Puerto Suarez. In questa folla di indios alti un metro e mezzo spiccano quattro figuri di gran lunga meno raccomandabili rispetto a quanto proposto dal menù fin ora. Caucasici, non più bassi di uno e ottanta, capelli a spazzola, occhiali a specchio e giacche di pelle zeppe di toppe ( con trenta gradi e spingi..). E la cosa più stucchevole e che si muovono come se fossero di casa, impartiscono ordini e lanciano le braccia con gesti sicuri. Una routine.
    Ecco, ho imparato che nella vita ci sono momenti in cui bisogna saper guardare senza vedere; un po come abbiamo fatto tutti quell’11 di settembre del 2001.

    La mia seconda volta è stata sicuramente nel 2003.

    Continua…


    Tirofijo ha scritto anche:




    • Che posso dire…apparte il fatto che la Classe non é acqua e si sà…mi stai riaccompagnando per mano attraverso uno (o un paio ) dei viaggi più emozionanti della mia vita… :dreaming
      Le strade del Mato Grosso do sul, Corumbà…la frontera…i quaranta gradi all’ombra, i narcos…
      Che Viaggi sSiori miei…quasi mi commuovo… :D
      “…la domanda più giusta sarebbe dove fossimo diretti perché quel posto non poteva essere una meta per nessuno.”
      …e te credo!!! :))

      Grande Tirofijo… :clap :clap :clap …l’attesa é stata più che premiata da questo racconto, e non vedo l’ora di poter leggerne il prosieguo! :youdaman

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      • dionisio
      • dionisio

      • 21 gennaio 2013 at 23:12

      Una di quelle situazioni dove il dono dell’invisibilita’ tornerebbe molto utile..
      Aspettiamo il seguito…..

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      • tirofijo
      • tirofijo

      • 22 gennaio 2013 at 12:52

      LittleTruths,

      Grazie Fratello! Chissà che un giorno non si possa organizzare un ritorno….

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      • …maaaagaaaaaaaaaaaaari!!! :dreaming

        Non vedo proprio l’ora di tornare il Bolivia…é un posto a cui s’ha da dedicare tempo… ;;)

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      • tirofijo
      • tirofijo

      • 22 gennaio 2013 at 12:56

      dionisio:
      Una di quelle situazioni dove il dono dell’invisibilita’ tornerebbe molto utile..

      Grazie Dioniso! Sono d’accordo con te …sempre dopo quella del bagno delle signore, s’intende!

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    • Fantastico tirofijo :youdaman, in questo racconto c’è tutto, atmosfera, descrizione paesaggistica, suspense ed anche uno splendido tocco di poesia quando scrivi:”Lais, quando ti tocca sai perchè sei venuto sin qui”. Sei un grande :clap :clap :clap

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        • tirofijo
        • tirofijo

        • 24 gennaio 2013 at 12:22

        Grazie infinite caro Epicureo per la pazienza di leggere tutto con tanta attenzione: te ne sono grato!

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      • capitan_ninja
      • capitan_ninja

      • 23 gennaio 2013 at 20:23

      Amico tirofijo, che piacere leggere una delle tue emozionanti avventure! Fantastico, non vedo l’ora di leggere il seguito. Ciao Grande!

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        • tirofijo
        • tirofijo

        • 24 gennaio 2013 at 12:24

        Caro Capitano “dell’ombra” non vedo l’ora di vederti: chissà che che dal nostro incontro non venga fuori una bella paginetta per PV?

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      • capitan_ninja
      • capitan_ninja

      • 28 gennaio 2013 at 21:17

      tirofijo,

      Caro tirofijo, sono impaziente anch’io… cosí qualche avventura me la racconti di persona… ;-)

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