• La mia pelle potrebbe aver paura, ma la mia anima è pronta

    Sono sul fondo del mare.

    Sono sul fondo del mare ed attorno a me è il buio e il silenzio.

    Sono sul fondo del mare e le mute creature immortali degli abissi vegliano dalla distanza sulla mia essenza.

    Sono sul fondo del mare e lassù lontano, in superfice, percepisco la parvenza di un flebile chiarore violaceo, sintomo di una luce lontana, proveniente da un altro pianeta…

    Ma io sono sul fondo del mare, sprofondato in un liquido denso e calmo e tiepido, dove tutto è pace.

    Sono sul fondo del mare al di là del tempo.

    Sono sul fondo del mare e non so chi sono.

     

    Sono sul fondo del mare quando la pace è interrotta da un impulso improvviso; un fremito, che percorre la mia spina dorsale e mi attanaglia alla base del collo per poi staccarmi dal fondo e trascinarmi verso l’alto…verso la superfice, la luce.

    L’impulso è un suono, che mi opprime e che mi porta lontano.

    Mi trasporta con forza verso l’alto e anche se vorrei resistere non posso far altro che lasciarmi andare e proiettare attraverso una corrente di superfice, fresca e carica di bolle d’aria; ed ogni bolla d’aria racchiude in sé un caleidoscopio di colori ed un baccano fatto di barriti selvaggi e suoni metallici e strilla lontane, e quella luce che si fa sempre più vicina mentre io sono sempre più perduto.

    È la fine…è giunta.

     

    Ho uno spasmo, prendo fiato e…

     

    Apro gli occhi.

     

    Dove sono, e che è successo?

    Vedo il buio, ma questo non è il fondo del mare.  Il tempo lentamente inizia a scorrere; sono confuso, mi guardo attorno, mi volto a destra e vedo una serie di quadrati di luce disposti in modo ordinato e proiettati verso l’interno di questo ambiente che mi rinchiude.  Una finestra, attraversata da imponenti sbarre d’acciaio.  Ah, ecco…ho capito.  Così come allo svitare il tappo di una bottiglia d’acqua gasata si formano tutte quelle bollicine che confluiscono verso la superfice per poi librarsi in volo anche la mia coscienza è venuta a sé, riportando a galla chi sono e soprattutto dove sono; sono nella mia cella numero 13 della terza sezione del reparto S4 del Centro Penitenziario di Secondigliano, periferia nord di Napoli, in Italia, sul pianeta terra, e siamo nel cuore di una notte di fine inverno.

    Cosa è successo?  Non lo so.  Probabilmente un rumore improvviso provocato dall’appuntato di turno nel chiudere un blindato o chissà cosa.  Poco importa.  Sento dei passi rimbombare in lontananza nel corridoio e poi più niente ma il silenzio.  Mi guardo attorno e sembra tutto in regola; ogni cosa è al suo posto; allora metto giù la testa, mi rigiro nella branda, fisso lo sguardo sul muro vicino a me, tiro un sospiro, chiudo gli occhi e volo via per andare a sognare che il vento solleva le foglie secche dal suolo e le libra nell’aria riaccompagnandole per mezzo mondo al di là dei mari e le montagne e riposarle finalmente con dolcezza sui rami degli alberi da cui esse si erano dolorosamente staccate in autunno, mentre il dolce sussurro delle onde invoca da lontano il mio ritorno.

     

     

    Era l’ultimo giorno di Ottobre dell’anno 2006 ed a quell’epoca ero appena rientrato in Italia dopo due anni di latitanza.  Quel giorno ero andato a trovare un vecchio amico a Benevento e quella sera stavamo guidando in giro per la città bevendo birra io e fumando spinelli lui.  Tra un cazzeggio e l’altro ci eravamo messi in testa che avremmo scoperto il luogo esatto in cui si trovava il famoso Noce di Benevento e che avremmo partecipato al Sabba o qualsivoglia messa nera che in quella magica notte sicuramente si andava a tenere presso tale prestigioso indirizzo.  Eravamo completamente all’oscuro, noi due coglioni ubriachi fumati e pluripregiudicati, del fatto che il fottuto Noce era stato cancellato dalla faccia della terra parecchio tempo prima che noi nascessimo.  Ma ad ogni modo, eravamo di buon umore ed andavamo in giro quella sera nella vecchia cinquecento nera di mia madre ridendo e sparando cazzate come si conviene a due Satiretti che si rispettino.

    Tutto d’un tratto mi apparve davanti agli occhi il mio amico A.  Ero seduto in auto al lato passeggero mentre il mio amico guidava per le strade buie e desolate delle periferia quando mi si materializzò davanti come in un ologramma la sua immagine; fu una sensazione così forte che esclamai il suo nome e spiegai al conducente chi fosse costui, oltre a ripromettermi che sarei andato ben presto a fargli visita.

    E invece non ci andai…

    Preso come tutti dai vieni e vai della vita posticipai e posticipai e posticipai il mio proposito di andare a trovare il mio Amico fino a che, diversi mesi dopo, quando eravamo oramai in primavera, una mattina ero nella vuota, buia e rimbombante sala di attesa dello studio del medico e per perdere un po’ di tempo in attesa del mio turno presi in mano una rivista qualsiasi per sfogliarla casualmente.  Si trattava di un settimanale di quelli più diffusi in Italia, ed in copertina c’era una foto un po’ inusuale per quel tipo di rivista; un marciapiede, il buio della notte, un carabiniere, una panda rossa, uno scooter capovolto da un lato ed un lenzuolo bianco a ricoprire un corpo steso sul marciapiede con un rivolo di sangue che scorreva fin giù dal marciapiede e sul lato della strada ed una folla di gente sullo sfondo.

    Il titolo principale faceva riferimento all’ennesima esplosione di violenza nel napoletano, mentre un sottotitolo illustrava la fotografia di copertina come la scena dell’omicidio del noto pregiudicato…citando il nome del mio Amico.

    Mi sentii sprofondare nella sedia.

    Andai subito a leggere le informazioni correlate alla fotografia ed in effetti era lì riportata anche la data in cui il fatto era accaduto; la sera del 31 ottobre scorso…proprio quando la sua immagine mi apparve davanti come un fantasma mentre ero in macchina.

    Rimasi senza parole, come intontito…e mi sentii l’anima sprofondare non so dove.  A.

    Lasciate che vi racconti qualcosa di questo ragazzo…

    A da giovane aveva una Vespa.

    A se ne andava con una lattina di Coca-Cola in tasca sulla Vespa con le gambe accavallate come una signorina facendo il figo.
    A imboccava la circumvallazione, che era la strada più lunga e rettilinea della città ed era trafficata quanto tutte le altre; si metteva nel mezzo della carreggiata tra le due corsie, impennava la Vespa e mentre era su una ruota sola passando tra le auto che andavano e venivano nei due sensi di marcia lui con una mano tirava fuori la lattina di Coca-Cola, la apriva e se la beveva…sempre mentre con una mano rimaneva impennato su una ruota a tutto gas.

    Se per caso strada facendo gli capitava di avvistare qualcuno con cui aveva dei conti in sospeso, lui ben volentieri si fermava seduta stante, metteva la Vespa sul cavalletto e si avvicinava al suo nemico per tirar fuori il revolver, gambizzarlo in presenza dei passanti in piena luce del giorno ovunque si trovasse e poi rimettersi in moto e continuare con la sua scorribanda continua attraverso tutta la città.

    Questo era A, e questa è una delle sue tipiche prodezze come ben ricorda chiunque lo avesse conosciuto o lo avesse visto all’opera; ergo, praticamente tutta la città.

    Conobbi A il giorno in cui a seguito di un riordino generale dei detenuti all’interno del Centro Penitenziario di Secondigliano fui spostato dalla mia cella storica nel reparto punitivo per essere riallocato in un reparto regolare e capitai in stanza assieme a lui.

    A aveva una trentina d’anni all’epoca, dieci più di me; era un mattacchione biondo con gli occhi azzurri ed era della stessa città in cui ero nato io.  A non era un ladro di galline né di ruote di scorta.  Stava scontando una condanna ad sette anni perché era stato beccato da una pattuglia mentre bussava con insistenza alla porta di casa di un tizio indossando guanti in lattice ed armato di due pistole con colpo in canna.
    Lo stesso tizio aveva chiamato i carabinieri quando lo aveva visto salire per le scale di casa sua.

    A era stato coinvolto nel malaffare per via del fatto che suo cugino era in quegli anni un astro nascente della malavita locale; questo cugino era uno di quegli elementi che sono troppo capaci e troppo ambiziosi per essere relegati in eterno al ruolo di guaglioni del boss.  Come spesso accade, il cugino raggiunse un giorno il punto di rottura e decise così di rivoltarsi contro il suo oramai ex capo.  A ed il suo compare, che all’epoca erano appena quindicenni o giù di lì, furono tra i primi ad appoggiare ciecamente il famoso cugino nel suo tentativo di scalata al potere, e fu così che si ritrovarono coinvolti in una vera e propria faida di camorra senza esclusione di colpi.

    Ora, i dettagli di quei primordiali giorni di guerra io personalmente non li conosco, ma quel che so è che i tre si fecero valere per un certo periodo sul campo di battaglia.  A sapeva come si facevano le estorsioni, così come sapeva in quali proporzioni miscelare benzina e gasolio per dar fuoco ad un cadavere e far si che bruciasse completamente senza spegnersi e lasciare tracce.  A sapeva anche che prima di buttare un corpo in pasto ai porci lo si deve intaccare e depilare perché quegli animali schifosi mangiano tutto tranne la pelle coperta di peli, e al cadavere gli si devono cavare i denti da bocca perché sono l’unica parte non può essere digerita…oppure l’alternativa è che quando tutto è detto e fatto ad uno gli tocca andare a ravanare tra la merda di maiale per recuperare i denti e la tutina pelosa del cadavere che i porci avranno lasciato come avanzo.
    La vita è fatta di scelte.

    So anche che un giorno, il famoso cugino astro nascente della malavita locale cadde sotto i colpi dei sicari lasciandosi dietro i suoi sogni di gloria ed i due giovani rampolli che si erano schierati al suo fianco.  A a seguito di questo duro colpo pensò bene di largarsi per far calmare le acque, e come è tradizione nella nostra città si imbarcò come marinaio su una nave che visitò posti esotici e lontani.  Erano i primi anni novanta quelli in cui A vide i porti di un mondo che era senza dubbio un posto più misterioso ed affascinante di quello che è toccato vivere a noi.

    In assenza di A anche il compare pensò bene di largarsi e se ne andò a lavorare nei cantieri navali del nord; ma il meccanismo era stato innescato oramai, e tanto sangue versato, così i due giovani si resero conto che pur volendo mai più sarebbero potuti tornare ad una vita normale perché coloro contro cui si erano schierati assieme al defunto cugino reclamavano a gran voce tutte e due le loro teste e non erano propensi a lasciarsi il passato alle spalle.
    Capitò allora che durante uno dei suoi rientri a casa A fu arrestato per un possesso di stupefacenti e finì nel carcere di Poggioreale.  Questo contrattempo non solo gli fece perdere l’imbarco, ma pregiudicò anche la possibilità di continuare a lavorare sulle navi.  Mentre A era in prigione a scontare la sua prima condanna, il compare subì un attentato dal quale usci miracolosamente illeso.  Fu allora che se ne tornò al suo posto di lavoro al nord e lavorò duro risparmiando fino all’ultimo centesimo per sei mesi; dopodiché  raccolse tutti i suoi risparmi, alcuni milioni di lire, scese in gran segreto in città e spese tutti i soldi che si era sudato per comprare cinque o sei pistole che utilizzò per uccidere cinque o sei di coloro che volevano vederlo morto per poi tornarsene nel giro di pochi giorni su, nei cantieri navali, a lavorare come un ragazzo qualsiasi.

    Sembra incredibile, lo so; ma questi sono in verità gli estremi a cui può giungere la mente umana.

    Quando ben presto A uscì di prigione questa fu la situazione che trovò ad aspettarlo; uccidere o essere ucciso; e si sarebbe adeguato all’idea di correre questa corsa fino in fondo, pienamente consapevole di come sarebbe andata a finire.

    Quello che più mi piaceva di A, al di là del suo indomabile spirito libero, era il fatto di poter parlare assieme a lui con quella franchezza che è tipicamente privilegio degli anziani.  Discorsi vietati ai minori di duecento anni venivano affrontati da me e lui con la scioltezza e naturalezza con cui persone normali parlerebbero di se la pasta che stanno mangiando è cotta a puntino o meno oppure di che tempo faceva ieri.

    Ricordo che in quell’estate del 2003 a Secondigliano nelle celle avevano appena sostituito le televisioni in bianco e nero con quelle a colori, ed oltre ai soliti sette o otto canali ora ricevevamo anche sciccherie come MTV e roba del genere.  Era un lusso per noi.  Tornare a vedere tutti questi colori dopo anni di tv in bianco e nero rinchiusi dentro ai confini di un enorme blocco di cemento armato in principio fu un po’ come farsi una dose di LSD; un caleidoscopio di colori invase in maniera prorompente la nostra quotidianità.
    Un pomeriggio stavamo guardando proprio su MTV un video di Beyoncé che era la sua ultima hit; Crazy in Love.
    La tipa è bella vera, e spinto dall’emozione delle inquadrature del video in cui si vede lei all’interno di un’auto, sensuale nei riflessi delle luci della notte, sudaticcia e con il suo bel viso in bella mostra Aesclamò; “Queste sono le donne che mi fanno impazzire a me!…  Queste dalla pelle scura e con questi labbroni enormi, caldi…sono bellissime…”
    Già, concordai io.
    “Quando esco di galera proprio con una così voglio fare un figlio…e se è puttana meglio ancora, perché solo un figlio di puttana è un figlio capace di toglierti le botte da faccia.”  Si riferiva in questo caso all’eventualità di avere un figlio che sarebbe stato in grado di vendicarlo; aveva già da tempo accettato che sarebbe morto ammazzato.

    Mi piegai in due dalle risate, ed anche lui rise assieme a me.

    A era un ragazzo semplice, che aveva provato sin da giovane tutte le sofferenze della vita.  Umile e pacato, ma orgoglioso e forte.

     

     

    Il vecchio lo vide arrivare e capì subito.

    Si girò e tentò di darsela a gambe mentre lo scooter si fermava al lato della carreggiata.

    A toccò terra e lo inseguì sul marciapiede tra i passanti e gli alberi perennemente sporchi di quella maledetta polvere nera schifosa della strada e degli scarichi del traffico.

    Indossava scarpe classiche il vecchio, di quelle con la suola di cuoio.

    Scivolò, o forse fu A a sparargli un paio di botte addosso per fermarlo…fatto sta che cadde lungo lungo faccia a terra sui sampietrini.

    A lo raggiunse, sovrastandolo si chinò sopra di lui ed usò la mano sinistra per prendere il vecchio per i pochi capelli che rimanevano sulla sua testa e tirargli su il viso via dal pavimento mentre con la mano destra gli posò la canna del revolver sul retro del capo.

    In quel fatidico momento sia A che il vecchio sentirono il freddo nella pancia; Il vecchio chiuse forte gli occhi ed  A strinse forte il pugno una, due, tre volte attorno al ferro; tre detonazioni, tre proiettili che provocarono di fatto l’esplosione della scatola cranica del guappo proiettando la sua materia cerebrale in brandelli tutto intorno nel raggio di un paio di metri, incluso sulla parete del muretto lì vicino.

    A si dileguò in un lampo sparendo nel nulla della caotica quotidianità da cui era sbucato come una belva feroce solo pochi istanti prima, lasciando a terra la sua ultima e prestigiosa vittima alle strilla di dolore e alle lacrime dei suoi familiari e al chiacchiericcio sottovoce della gente curiosa.

    Di tutte le malefatte commesse da A nel corso della sua esistenza, questa fu quella che lo legò indissolubilmente a colui il quale finì per porvi fine.

    Un nipote del vecchio si innamorò di A con un odio viscerale ed irrefrenabile che non conosceva limiti né soluzioni di continuità; e la sua brama se la legò al dito proprio come una fede nuziale, e fu fedele al suo amore ogni giorno ed ogni notte fino alla sera in cui, molti mesi dopo, finalmente riuscì a coronare il suo osceno sogno di vendetta somministrando a colpi di pistola all’oggetto del suo desiderio la pace che questo mai aveva avuto in vita.

    A ed il vecchio sono morti nello stesso modo sullo stesso marciapiede, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro.

    Quest’è.

     

     

    Al di là di tutte le schifezze che possiamo o non combinare in questa vita e di tutte le implicazioni che esse hanno, il ricordo che conservo del mio amico A è innanzitutto quello di uno spirito libero come pochi; poi di un ragazzo profondo come solo quelli che hanno avuto modo di fare i conti con la vita e la morte possono essere ed anche, purtroppo, di un ragazzo sfortunato come ce ne sono tanti in Campania ed in tutto il sud d’Italia.  Ragazzi le cui ali vengono spezzate in tenera età dalla miseria e dall’ignoranza, ragazzi che troppo presto si ritrovano a far parte di meccanismi contorti e troppo più grandi di loro, a dover obbedire alle regole di un gioco che non ha mai avuto vincitori né mai ne avrà.  Perché non c’è nessun pentolone d’oro alla fine dell’arcobaleno della malavita; ci sono invece una bara chiusa a seguito di una morte orribile oppure il carcere a vita, a seconda di quale sia il capo della pistola che la sorte regala a turno ad ognuno dei partecipanti a questo gioco.

    Questo è un pensiero che va a tutti quei ragazzi speciali come era il mio amico A; a quelli coraggiosi pronti a sfidare qualsiasi ostacolo; a quelli di una simpatia tale che avrebbero potuto fare i comici; a quelli dotati di senso degli affari che avrebbero potuto essere degli imprenditori di successo anche alla luce del sole; a coloro i quali avrebbero potuto veder nascere e crescere i propri figli e magari avere la fortuna di morire vecchi tra le braccia delle proprie mogli e che invece sono morti ammazzati come cani, ed anzi, peggio; perché neanche all’ultimo dei cani randagi gli toccano dieci botte in testa in mezzo alla strada.

    Mi ricordo sempre di te, Fratello; ed ogni anno nei giorni in cui cade il tuo anniversario non ci sono sorrisi sul mio volto; ed ogni volta che me ne capita sotto una come quelle che piacevano a te non dimentico mai di dargli anche una botta da parte tua.

    Perché la pelle può ancora aver paura anche quando l’anima é pronta.

    Riposa In Pace

    LittleTruths ha scritto anche:



      • aurelius
      • aurelius

      • 16 marzo 2014 at 15:13

      Bello. Il primo pezzo lo avevi gia’ raccontato da qualche parte, non ricordo…a meno di non aver avuto anch’io un deja vu’.
      Comunque si, la Vita purtroppo a volte sceglie per noi e non lascia scampo o possibilita’ diverse. Pero’ penso che se uno ” sente” di esser diverso, di volere una vita diversa, lo puo’ fare. Almeno ci puo’ provare; commettendo magari ancora errori, ma al limite da prendere da insegnamento. Insomma, guaglioni si nasce poi uomini tocca a noi diventarlo.
      Questa come scelta l’abbiamo.
      la pace. Beh la pace e’ chimera certo. Diciamo che alcuni, dopo molte tempeste, dopo molti mari cercano una vita possibile. Certamente piu’ possibile di altre.
      Salutammo tutti i guaglioni e gli uomini de sto’ mondo. :-)

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      • Si, non hai avuto un dejà vu’…é che la prima parte ve l’avevo postata a te e Er Liana in privato su FB…

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          • aurelius
          • aurelius

          • 16 marzo 2014 at 18:58

          LittleTruths:
          Si, non hai avuto un dejà vu’…é che la prima parte ve l’avevo postata a te e Er Liana in privato su FB…

          Ah ecco, si Ciusto. e vabbe’, vado a far scorta di pasticchette… :Whis

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      • DrMichaelFlorentine
      • DrMichaelFlorentine

      • 16 marzo 2014 at 20:21

      Veramente anche a me sembrava di avere letto qualcosa, proprio su P.V., almeno un accenno, non tutta la storia.

      Comunque l’ho letta dopo pranzo per intero, ho avuto gli incubi tutto il pomeriggio, mi tronavano alla mente i maiali e le sparate per strada, roba che senti al telegiornale mentre magari sei pure sovrappensiero e ti mangi lo gnocco, cose che ti sembrano lontane dalla tua realtà alla stessa stregua della guerra civile in Siria sulla quale magari avevano fatto un servizio esattamente prima.

      Grazie per averle condivise in modo così reale, c’è comunque da rifletterci sopra ed il pensiero va a tutti quei giovani ragazzi che da questa cosa vengono travolti.

      Quando si è molto giovani ed in contesti dove tutto ciò può perfino apparire normale è facile sbagliare.

      Ha detto bene Aurè, uomini tocca diventarlo, bravi uomini aggiungo io ;-)

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      • Beh si, effettivamente l’è un po’ forte questa quì…infatti l’avevo scritta forse anche più di un anno addietro, ma non avevo mai voluto pubblicarla.
        Oggi poi lo scambio sulla “Pace” ritrovata o ritrovabile o introvabile mi ha fatto venire a mente tutta una serie di riflessioni che hanno portato a questo.
        Quanto agli incubi, pur essendo quì tutti uomini adulti e vaccinati devo ammettere che parecchie volte parecchie cose avrei preferito anche io non vederle né saperle…ma tant’è, che anche questo passò il convento e niente resta da fare se non pensarci su un po’ e poi riporle in fondo ad un cassetto e magari trarne qualche insegnamento se possibile.
        Comunque no, non avevo mai accennato in pubblico a questa storia e se hai letto qualche riferimento a cose del genere sarà stata probabilmente un’altra storia, giacché purtroppo anche di queste quì in archivio non ne mancano.

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      • CCSP
      • CCSP

      • 18 marzo 2014 at 6:13

      Bello capitano, poca retorica e tanti contenuti. Inizialmente, fino a che non ho letto la parola “carcere” pensavo raccontassi della tua venuta al mondo! Il ricordo di un amico che vale come un abbraccio forte, da maschi. Sul altro tema non mi esprimo più di tanto perchè non appartiene al mio mondo, malgrado mi abbia sempre affascinato tantissimo….Conosco alcuni ragazzi delle famiglie di Palermo, ho pure dormito spesso da uno di loro ma con me non ha mai sfiorato l’ argomento, in quanto io persona esterna…..come se non bastasse un polentone, per cui figuratevi. Una volta una mezza allusione ma nulla più….

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      • GraSSie CaVo, in effetti hai fatto centro…ho scritto la prima parte come una venuta al mondo anche perché evidentemente per trovarti in certi contesti novantanove volte su cento ci devi nascere, proprio geograficamente parlando, oltre che per inclinazione personale…voglio dire, fossi nato e cresciuto a Losanna credo che difficilmente avrei avuto il materiale per scrivere questa storia.
        In definitiva su certi argomenti c’è davvero poco da parlare; sono miserie meglio lasciate al silenzio e all’oblio a differenza dell’Amicizia che va sempre onorata.
        Avrei voluto sviluppare ed approfondire quella che é la sottile linea rossa che attraversa tutto lo scritto; la paura.
        Si sarebbe allungato troppo il brodo però ed avrei anche spostato l’attenzione da quello che era il soggetto originale, ma spero di approfondire questo tema in un’altra occasione.
        Ad maiora!

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    • Bellissimo e coinvolgente racconto bro, che testimonia la tua sensibilità e l’alto valore che dai all’amicizia.
      Dopo aver scritto una tesi che nega l’esistenza di qualsiasi manifestazione non possa essere spiegata dalla ragione, ho dovuto ricredermi e la mia miscredenza è stata fortemente smentita, arrendendosi all’evidenza di fatti inspiegabili.
      Talvolta non se ne parla per non passare da folli o ubriachi o allucinati, ma se oltrepassiamo questa paura, come hai fatto giustamente tu, possiamo raccontare eventi eccezionali.
      Nel precedente racconto avevi insistito sulle cattiverie del secondino dipingendolo in maniera tale da renderlo più odioso di Jack lo Squartatore, anche questa volta hai fatto centro ma in maniera differente.

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      • Grazie Fratellone,
        Quella misteriosa connessione che ci lega ad alcune persone veniva chiamata “trasferenza” da Carl Gustav Jung.
        L’ho scoperto leggendo le sue memorie; “Ricordi, Sogni, Riflessioni” in cui tra la’ltro ricorda un episodio del genere capitato a lui stesso, oltre ad altri sparsi quà e là.
        Una lettura davvero interessante, che consiglierei a tutti.
        Tu che combini?
        E’ da un po’ che non ti si vede in giro….né quì Né tantomeno sui vari forum riservati o meno.
        Quali piani diabolici stai mettendo a punto?
        :ar

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      • dionisio
      • dionisio

      • 5 aprile 2014 at 0:47

      Come sempre hai il grande dono di raccontare qualsiasi esperienza con una naturalità che pochi di noi hanno.
      Purtroppo non è vero che tutti nasciamo uguali,,,, ci sono ragazzi che nati in altri contesti sarebbero stati dei grandi manager o dirigenti d’azienda,,imprenditori ecc… ecc…
      Non decidiamo noi come e dove nascere ,,,,,ma spero che abbiamo almeno l’illusione di poter decidere come vivere la nostra vita.
      La mia idea di come vivere e dell’impegno che ci butto dentro per cercare di renderla degna lo conosci ed in te vedo lo stesso desiderio,,,,, che dirti bro………anche io ne ho persi tanti e sinceramente su nessuno di loro mi sento di esprimere un pensiero negativo ,,,,erano tutti bravi ragazzi e di cuore ..
      Noi non abbiamo potere di cambiare nulla nell’universo che è già determinato….ma forse in questo piccolo granello di sabbia perso nell’immensità del nulla ,,,qualcosa possiamo farla …….. ed è qui che dobbiamo buttarci il sudore ed il sangue.

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      • dragodoro
      • dragodoro

      • 25 aprile 2014 at 18:13

      Un caro saluto,vecchio & godibilissimo Filibustiere…un vero piacere leggerti…estendi i saluti a tutti …Zest,epicuro,luporosso,etcc….

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      • Esimio dragodoro, l’è un onore averLa quì tra noi… :youdaman …e graSSie per i complimenti, l’è sempre un piacere.
        :ar

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 29 aprile 2014 at 23:31

      Capitano, sto racconto é un pugno sullo stomaco.
      L’ ho dovuto leggere tutto d’un fiato, in apnea praticamente.
      Mi son dovuto fare un bicchierino di cacharamba per riprendermi.
      Adesso me ne bevo un altro alla sua salute.
      E pure alla memoria del suo amico A.

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      • …ed io faccio un paio di sorsi di rum direttamente dalla bottiglia alla Sua salute, CaVo Sig. Leone, ed in memoria del mio amico A e di tutti gli altri, anche se in verità raramente passa un giorno senza che mi ricordi di loro…

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      • onegold
      • onegold

      • 17 ottobre 2014 at 13:37

      …che dire, c’est la vie mon ami!
      Mi fai riflettere sul fatto che bisogna sempre decidere da che parte stare. Per scelta o per fortuna siamo ancora qua a scrivere delle nostre gesta :ar

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      • dionisio
      • dionisio

      • 17 ottobre 2014 at 16:16

      Riletto con piacere … e riscriverei esattamente quanto ho gia’ scritto …
      Purtroppo il posto dove nasciamo e le persone che frequentiamo incidono sulla ns. vita e sulle scelte che operiamo ….. certo se sei una persona buona di animo difficilmente cambierai ….ma se nasci in un bungalow nella giungla senza mezzi e senza scuole …..pure se sei una grande mente difficilmente diventerai un nobel.
      Triste ma vero…..

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      • piranha
      • piranha

      • 17 ottobre 2014 at 18:21

      @LittleTruths,skolta un po’ fratello,io non so perché tu sia finito in carcere e nemmeno lo voglio sapere,ma una cosa la so con certezza,che ti ho conosciuto di persona,sò cosa fai e chi sei e ti stimo per questo.nascere in certi posti sicuramente non aiuta ma non voglio giudicare nessuno,chi sono io per farlo.Sono nato in una borgata romana,e la maggior parte dei miei amici o è morta o è ancora in carecere,ed io sono stato fortunato?forse ma la mia fortuna me la sono anche cercata andando via all’età di 17 anni,cosi come hai fatto tu .i miei genitori sono di origini meridionale e la campania nonché calabria le conosco come le mie tasche,e quindi so per certo che tutto e più complicato e difficile,ma spetta a noi alla fine decidere del nostro futuro.Ti auguro dal più profondo del cuore tutto il meglio,e sai benissimo che io dico sempre ciò che penso.Un caro saluto.
      Piranha

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      • aurelius
      • aurelius

      • 18 ottobre 2014 at 18:56

      CaVo @dionisio si…l’e’ sempre un piascer rileggere le avventure ( et disavventure :-S ) di questo zuzzurellone di ErCa ™ ;-)

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    • GraSSie ragaSSi… :youdaman …l’è sempVe un piaSciere… :ar

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      • Matt
      • Matt

      • 20 ottobre 2014 at 0:11

      Il nostro Capitano oltre ad essere un ottimo scrittore ha anche un grande cuore

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 21 ottobre 2014 at 19:54

      Ho aprofittato della “riedizione” del pezzo per rileggermelo.
      L’ uso sapiente dei salti temporali, la molteplicitá delle chiavi di lettura e la “carica emotiva” che riesce a trasmettere: Non posso che finir per confermare che si tratta probabilmente del mio preferito di quelli che ho letto qui in PV, caro Capitano.

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    • GraSSie @Matt, troppo buono… :youdaman
      Con @AtiLeong invece farò finta di non aver letto perché altrimenti altro che arrossire…le guance mi andrebbero proprio a fuoco. :dontsee
      :youdaman

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