• La DOTTORESSA Della CASERMA Degli ALPINI- ( 11ª parte ) – i fiori notturni.

    Verso mezzogiorno comincia a piovere.
    Il cielo smunto del primo mattino si era inscurito e il vento aveva sbattacchiato per un po’ le cime degli alberi del cortile prima che grosse gocce imperlando i vetri della finestra decretassero definitivamente l’inizio di un cupo, piovoso e breve pomeriggio autunnale.
    Il fatto é che questo avrebbe complicato i suoi piani.
    Oltretutto Albertino, rientrato incredibilmente asciutto benpettinato e imperturbabilmente sorridente da di sotto di un impermeabile fradicio, aveva profetizzando lunghi giorni forse anche settimane cosí: sotto la pioggia.
    Chissá se lo aveva letto da qualche parte o se si stava improvvisando metereologo.
    Non ha comunque voglia di chiederglielo.
    S’é convinta invece che quello che il suo instinto le suggeriva fosse la cosa piú giusta da fare.
    O é nient’altro che pruriginosa curiositá, diciamo pure anche un po’ squalliduccia, a spingerla ?
    Se lo chiede mentre scarabocchia col dito sui vetri appannati.
    E allora per sentirsi piú sicura calcola e ricalcola tutti i pro e i contro facendo appello a quella fredda razionalitá di cui si crede capace: sarebbe uscita lei in persona ad affrontare la ragazza per spiegarle come stavano le cose e convincerla quindi a curarsi.
    Il che non era chiaramente la scelta piú ortodossa e protocollare da prendere.
    Avrebbe in teoria dovuto avvisare le autoritá sanitarie competenti.
    Ma questo significava probabilmente attirare l’attenzione su di se: arrivata da 2 giorni, in un ambiente tutto maschile sollevare un simile problema sarebbe finito per sembrare un gesto da provocatrice, esibizionista. E di finire al centro dell’attenzione era tutto quello che voleva evitare. Che lo era giá abbastanza.
    Oltretutto c’era il rischio che ci mettessero un bel po’ a mettersi in moto e che quando lo facessero agissero in modo brutalmente inquisitorio con la ragazza.
    Poco piú di una ragazzina per quello che aveva capito.
    A far tutto da sola, nel modo piú furtivo possibile, avrebbe risolto tutto piú velocemente e senza
    gran scompiglio per nessuno.
    Sempre che riuscisse a capirsi con questa tal Dorina e non finire pure in qualche grana; perché da quel che ne sa spesso queste ragazze sul marciapiede hanno organizzazioni mafiose, malavitosi che le controllano e le sfruttano e che potrebbero venir a crearle problemi.
    Ma, anche se fatica a confessarselo, dentro di sé sa che in realtá quello che piú la spinge a questa avventurosa scelta é la curiositá che tutt’a un tratto l’ha presa per queste giovani donne, ragazze giovani che nella vita fanno sesso in cambio di denaro. Scopano, si fan chiavare da tutti quelli che le pagano: uomini di tutti i tipi, anche vecchi bavosi canuti e raggrinziti o bruti laidi e puzzolenti.
    In cambio di qualche banconota aprono le gambe e ricevono questi cazzi in qualche angolo scuro di strada o in anonime stanze di motel a buon mercato.
    Certo che le aveva giá incrociate qualche volta in vita sua mentre passava rapida in macchina per i viali la notte, ma non ci aveva mai prestato grande attenzione: niente piú che sagome senza volto a bordo strada, penose ombre riflesso di un mondo lontano milioni di chilometri dal suo.
    Ma quella mattina il pur breve e reticente racconto del soldato le aveva fatto esplodere l’immaginazione di sensuali copule furtive consumate tra i pini dell’ aiuola che separa di qualche decina di metri i muri della caserma dalla strada.
    Sesso. Sesso in cambio di denaro. Spiattellato lí sotto il suo naso da questo faccia da culo di soldatino che ha infilato il suo impertinente cazzetto nelle fresche e morbide carni di questa fanciulla cataputata nei marciapiadi la notte da qualche lontana e sconosciute landa dell’est.
    “ E io che non scopo da non so neache piú quanto tempo” questo é il sottinteso refrain di questi confusi pensieri sparsi fatti di immagini di carni nude che si strusciano, inguine contro inguine, avide mani che abbrancano seni sodi e dita rapaci su capezzoli inturgiditi.
    Lo deve ammettere a una se stessa turbata e perfino un po’ impaurita: “ sono eccitata come non ricordo di esserlo stata mai”. Neanche quando aveva cominciato ad andare con Ramon si era sentita cosí. Neanche ai tempi dei suoi romantici sogni adolescenziali. E men che meno nel sopore sessuale in cui era caduta negli ultimi anni. Perfino a masturbarsi faceva fatica. Preferiva il discreto morbido tocco dell’ aqua della doccia, o meglio ancora dell’ aria fresca del ventilatore alla brutale carnalitá delle sue proprie dita.
    A volte si sforzava di immaginarsi a letto con qualche uomo. Ma anche quelli che le destavano interesse, poi a pensarseli nudi con l’uccello grosso davanti non ci riusciva proprio, o meglio ci riusciva ma l’ interesse, il phatos della scena si sgonfiafa subito, completamente.
    Anche il ragazzo biondo che moriva e poi diventava una specie di angelo in quel film americano, che aveva trovato di una sensualitá sconcertante, a immaginarselo sopra di lei non le era risultato per niente eccitante. Ci aveva pure provato quella sera a letto, dopo aver visto il film.

    Ma prima dell’imbrunire invece smette di piovere. Niente vento, solo aria umidiccia e fredda, larghe pozzanghere sul cemento qua e la piegato da larghe crepe nella piazza d’armi che i soldati passando si cautelano di contornare. Guarda e riguarda il cielo e si convince che no, che non avrebbe ripreso a piovere.
    Ma a che ora é le puttane escono per battere ? La sera, con lo scuro….ma esattamente quando?
    A chi poteva chiederlo? Lí in caserma a nessuno. No, neanche al Tenente Zanetti. Chissá cosa avrebbe pensato.
    Nando. Avrebbe telefonato a Fernando che non sentiva da un pezzetto, aveva ancora qualche anno di universitá da sorbirsi a Padova ed era uomo di mondo che sto tipo di cose probabilmente le sapeva.
    Risponde dopo un paio di squilli del cellulare al solito gioviale e galante, senza far minimo mistero di quanto la sua inattesa chiamata gli abbia fatto piacere.
    Si lascia trascinare dai convenevoli per un paio di minuti, che peraltro scopre nel mentre non dispiacerle per niente fare due chiacchere con quello che considera giá un vecchio amico, prima di fargli la fatidica domanda.
    Che lo lascia palesemente interdetto: ma tra qualche allocuzione di sorpresa, confusa reticenza e risatine imbarazzate alla fine le fornisce degli orari di massima in cui in genere, per quel che ne sa,
    le puttane escono di notte*.

    Pianifica pertanto con puntigiosa precisione la sua incursione: uscita dalla caserma un’ora circa prima di cena indossando un grande cappotto scuro col cappuccio per diventare piú difficilmente riconoscibile e per proteggersi da un evetuale ritorno della pioggie; cominciare una passaggiata che dovrá concludersi con la scelta di un posto qualunque per buttar giú un boccone per cena e far quindi tempo fino al momento propizio per mettere in atto la parte finale del piano con l’attacco fontale all’obbiettivo della sua missione.
    Infilato un vecchio libro sgualcito di sua zia nelle ampie tasche del cappotto, scelto non senza qualche esitazione tra quelli che aveva con se, percorre il viale che immette nella caserma dalla circonvallazione lentamente, studiando con una certa attenzione le ampie aiuole e gli alberi che le ornano.
    Cammina piano per farsi una idea chiara della logistica e imbocca quindi il marciapiede deserto e coperto di foglie morte fradice e marcescenti mentre un nervoso e intenso traffico di affrettati veicoli le passa accanto. Indifferente e scazzato non si fa problemi a schizzarle contro l’acqua delle gigantesche pozzanghere pestandoci sopra con i pneumatici.
    Non merita nessuna pietá per chi si azzardi a fare il pedone.
    Per un poco non é presa in pieno da una mitragliata di alti spruzzi alzati da una passat verde e allora comincia a starci attenta e a camminare un po’ piú in fretta inquanto si allontana, ripetendo quasi automaticamente lo stesso percorso fatto il giorno prima col Zanetti.
    Le pareva di ricordare una piccola pizzeria nel largo dove aveva svoltato per andare verso la piazza del centro, ma non riesce a trovarla piú o forse quello era giorno di chiusura.
    Passa dritta di lato a un paio di baretti dall’ aspetto cupo e manifestamente ostile a avventori non abituali che vi si vogliano attardare.
    Vede infine una elegante enoteca con insegna e nome pretenziosi ma decide di non fare troppo la difficile e vi entra.
    È quasi vuota, il cameriere col suo stiloso grembiule nero si affretta ad accoglierla forbito, formale, efficente e rapido.
    Chissá perché ha tutta sta fretta se il locale é semideserto. Ne riceve un grosso e pesante astuccio nero che deve essere il menú e si accomoda distratta dove la guida lui, senza neanche far motto di voler scegliere lei. Magro, pallido e giovane ha lo sguardo perso nel vuoto, é li per servire il cliente e neanche la vede.
    Ottimo cosí, pensa. Si é sempre sentita confortevole avvolta nell’anonimato e semi-invisibile agli occhi del mondo. E quella sera le pare quanto mai adeguato alla sua missione.
    Ma sará per comoditá o per una qualche forma di ordine quello la piazza proprio vicino agli unicii altri due tavoli occupati.
    Una coppietta di poco piú che ventenni con una lei biondatinta a darle le spalle e vasto culone e lui invece moro, olivastro ma con abbondanti guance colorate e l’aria un po’stolida e arrogante di certi contadini dell’etnia locale. Parlano piano e forse anche abbastanza poco.
    L’altro tavolo ospita invece due maschi trentenni e giaccacravattati che sembrano funzionari bancari e sono impegnati a ostentare la brillante esuberanza dei giovani in carriera: una grinta fatta di abbondanti dosi di dopobarba cari e camice firmate che al momento, visto il contesto, si concedono d’essere po’ sgualcite qual visibile segno di una dura ma naturalmente soddisfacente giornata di lavoro. Quello scuro magretto alto e ingellato appena la vede non ci prova neanche a dissimulare l’allegro brillio prodotto dai vogliosi occhietti e allor vieppiú gesticola con ancor maggior animazione e parla con un tono di voce un po’ piú alto; appena puó esagera spavalde risate che esegue platealmente mentre con la coda dell’occhio controlla se le riesce di attirarne l’attenzione.
    Deve oltretutto segnalarla anche al suo irsuto e piú basso compagno dai folti capelli biondorossi a paglaio, perché a un certo punto questi si gira a investigarla coi suoi occhi azzurri e la mascella virile da telefilm americano. Nient’altro che altri due poveracci allenati in corsi aziendali a sentirsi dei vincenti, pensa tra se la Dottoressa e allora meglio sará evitare di guardar dalla loro parte per raffreddarne i patetici entusiasmi; dall’altra parte c’é la coppietta e pure lui appena ne ha l’occasione le lancia sguardi timidi ma eloquenti per indagare eventuali margini di manovra….Una donna sola suscita ancora una certa lussuriosa curiositá in quella cittá il cui provincialismo non é stato per niente intaccato dall’opulenza e sopraggiunta ultimi anni seguita da goffi tentativi di sofisticazione delle attitudini, dei gusti e costumi sociali.
    Si ricorda del libro che ha portato con se e soddisfatta della propria previdenza lancia disinvolta una mano a pescarlo offrendo un sornione sorriso a se stessa e al pubblico che la sta osservando.
    Un vecchio volumetto raccattato nello scantinato di sua zia: “L’ uomo in rivolta” di Albert Camus.
    Neanche male, ma forse quella sera per far tempo avrebbe dovuto prendere qualcosa di piú leggerino. D’altra parte ha sempre avuto il vezzo, se ne rende conto, puerilmente esibizionista di far questione di mostrarsi in pubblico solo impegnata in letture raffinate e intellettuali possibilmente pure poco note o come in questo caso, palesemente fuorimoda. L’enoteca deve essere invece in mano a dei piú prosaici nostalgici degli anni ’80 a sentire la musica, altina, che si diffonde.
    “Don’t you….forget about me….”. Chi cantava sta roba ? Le ricorda un bar in spiaggia in un pomeriggio estivo inondato di sole e suo papá a torso nudo che allegro e fiero cercava di introdurla, avrá avuto sei anni, alla antica disciplina del calcio balilla.
    Mangia la specie di elaborato toast coi carciofini che ha ordinato e si beve una aqua minerale gassata.
    Deve ammettere che il tost, a parte la elaborata confezione da fighetti, é piuttosto buono ma finisce anche troppo presto, quando ci avrebbe ancora una punta di goloso appetito. Decide purtuttavia di ignorare le reclamazioni pur educatamente manifestatale dallo stomaco e riprende a farsi intenta sulle pagine di Camus , ma controllando ogni 5 minuti l’orologio con impazienza che l’ ora si faccia per dar inizio alla fase decisiva dell’ “ operazione puttana “ e puntare dritto l’obbiettivo.

    Quando finalmente esce dall’enoteca la strada le sembra piú buia, fredda, silenziosa e ostilmente deserta di quando non fosse entrata. Le pare pure di sentire qualche malagurante goccetta di pioggia a strusciarle come un’ infida minaccia la faccia.
    Quasi come in un moto di ribellione a quelli che le paiono infausti presagi, s’ incammina allora senza indugio a passo di marcia piena di guascona decisione ma gli sfugge di osservare la sua stessa ombra che rapida solca i muri e le si insinua la allarmante sensazione di essere seguita: si gira pure un paio di volte, sempre senza ravvisar vivalma e sentendonese di conseguenza un poco scema.
    Quando infine raggiunge il vialone della circonvallazione dopo un po’ rallenta il passo e comincia a studiare il paesaggio notturno d’attorno per individuarne le passeggiatrici.
    Per un po’ l’orizzonte non da segno di presenza umana alcuna, a non esser quella occultata all’interno delle automobili che le sfrecciano fredde e indifferenti di lato.
    Le foglie morte, in certi punti accumulate in piú strati, a farle da tappeto. Alberi ormai quasi completamernte secchi e spogli e qualche ultima foglia secca che svolazza mesta verso il suolo. Ma almeno no, non piove.
    Sará che stasera si son prese un giorno di riposo ? O che abbian cambiato zona ?
    Quando le sta per coagularsi in petto una certa delusione, ormai manca cosí poco al portone della caserma, la vede: una massa di boccoli biondoplatino, cannottieretta chiara, minigonna pieghettata fucsia e stivaloni bianchi che lasciano scoperte bianche cosce sode e spalle toniche.
    Non é molto alta, sull’ 1,60 e poco, ma sembra ‘na bella ragazza.
    Ma come cazzo fanno a non avere freddo vestite cosi ?
    Si rende conto altresí di non essersela fatta descrivere. Che sia lei ?
    Rotti gli indugi, col cappuccio sulla testa, a passo tranquillo cercando di non manifestare esitazione, vi si approssima e ne scorge finalmente il volto che é invece di una bruttezza raccapricciante: tumidi labbroni sporgenti, grande bocca atteggiata a una smorfia sfottente, naso a patata, occhi scuri pesantemente truccati di nero e guance flaccide dove gli strati di fondotinta non riescono a occultare le butterature dell’ acne.
    Una faccia giá da vecchia bagascia in un corpicino ancora fresco da ragazzina.
    Ma a guardar bene anche nel bel fisico sodo vi é qualcosa di strano, sbagliato: é infatti di una tonicitá plasticosa e artificiale e oltretutto sul fianco che la magliettina troppo corta lascia nudo vi si lintravede una inquietante grande cicatrice. Che ribadisce l’aspetto sinistro e quasi fantascentifico da cyborg sessuale della ragazza. Che si sia venduta un rene ?
    Quando é a due passi si gira e la guarda.
    “ Ciao “ strascica annoiata.
    “ Ciao “ le rimbalza subito con la voce che un po’ le scappa la nostra Dottoressa.
    Ma poi mentre la cyborg la squadra e inquadra cominciando ad abbozzare una specie di ghigno di compassionevole pena, finalmente recupera fiato e idee:
    “ Sei tu Dorina ? “
    “ Dorinaaa ? “ sembra colta genuinamente di sorpresa e pronuncia il nome alto e in modo un poco esotico.
    “ Noooo…..Dorina….” si gira dall’ altra parte e scruta l’orizzonte “ Dorina é lá !”
    E indica col dito una sagoma un po’ in ombra dall’ altra parte della strada. Quasi sotto ai pini all’angolo del viale di ingresso della caserma.
    “ Grazie “ le fa con un piccolo inchino da sotto il cappuccio sentendosi un po’come Sean Connery nel film “il nome della rosa” e fa per allontanarsi. Sente che le lancia dietro due o tre frasi sconnesse e poco comprensibili mezze in italiano e mezze in non sa cosa. Cerca di sbeffeggiare il suo interesse per Dorina, le par di capire; ma é meglio non cogliere la provocazione e far finta invece di non capire da brava finta tonta: girarsi appena offrendole un sorriso riconoscente e una mano alzata in commiato.
    Attraversa la strada rapida e con attenzione per non finire investita e si trova finalmente davanti a ‘sta ragazzona alta, sull’ 1,80, con ampie spalle e prosperi seni e cosce vertiginose che esplodono fuori prepotenti da un minuscolo abitino rosso. Ha lunghi capelli lisci e neri come la pece e grandi occhi verdi e un po’ allucinati attorniati da lineamenti del volto non troppo spiacevoli anche francamente volgari. Ma non sarebbe male come bambola di quelle col vestito folkloristico che si vendono ai turisti.
    È accovacciata troppo impegnata a grattarsi un piede e ingnora del tutto la figura incappucciata che si avvicina.
    “ Ciao. “ breve pausa in cui non succede niente, nessuna reazione.
    “ Sei Dorina ? Sei Dorina vero ? “
    Alza la testa e la squadra perplessa e pensierosa per qualche secondo, poi si erge stirandosi il vestitino con le grandi mani e sempre fissandola coi suoi occhioni verdi sgranati dichiara lentamente e con tono quasi lamentoso “ Si, sono io Dorina “.
    Un leggero disagio coglie pure la Dottoressa forse anche dovuto al fatto di essere faccia a faccia con una donna nettamente piú alta di lei, cosa cui non é molto abiutata.
    Ma ha pronto il discorsetto cui si é tanto esercitata nel pomeriggio e pertanto, bando agli indugi, glielo spara:
    “ Ascolta…non devi avere paura, che sono qua SOLO per aiutarti. Non voglio crearti guai.
    Ma devi credere a quello che ti dico… mi capisci vero ? “
    “ Si, si …..” risponde rapidamentre e spalanca ancor di piú, spaventata, gli occhi enormi.
    “ Sono un dottore, un medico. Ho curato dei tuoi…tuoi clienti….e hanno una infezione. È una cosa che si prende col sesso, a fare sesso, e devi avercela anche tu quindi ti devi curare, prendere medicine e fare esami. “
    Dorina pare interessata all’argomento e fa una faccia pensierosa: “ qualche volta brucia quando faccio pipí. Mia amica ha dato medicina, prendi una settimana. Ma non é passato. A volte fa….fa… “ e mima con la manona il gesto di grattarsi gli inguini facendo una buffa smorfia di sconforto.
    L’espressione comica della ragazza ha l’effetto di allientare e rilassare la Dottoressa.
    È piú facile di quanto sperasse. Oltretutto sta Dorina le sta simpatica. Trasuda di una vitalitá semplice e naif che sotto lo scomodo vestitino da troia ti offre una sensualitá campestre senz’artefatti e quasi inconsapevole.
    Fa questione di sorriderle pur avendo comunque cura di contenersi in una compostura di pacata e paternalistica superioritá per spiegarle come fosse una bambina:
    “ Hai la gonorrea. Una infezione. Se la curi, ti passa. Facciamo allora esami e prendi delle medicine, ti faccio una iniezione. E va tutto a posto. Va bene ? “
    “ Eh si…va bene……adesso ? Tu mi fai iniezione adesso ? ” la ragazza é un po’ sopresa e allarmata.
    L’atavica paura dell’ ago?
    “Nooo…” la rassicura da Dottoressa. “ dovresti anzi darmi il tuo nome e il tuo contatto e ci mettiamo daccordo per vederci domani o nei prossimi giorni……abiti qui in cittá ?”
    “ Si, si. Io abito in Via Dini “
    Naturalmente la Dottoressa non ha idea di dove sia, Via Dini.

    * Si, trattasi de citazione.


    AtiLeong ha scritto anche:



      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 19 luglio 2015 at 17:49


      • luporosso
      • luporosso

      • 19 luglio 2015 at 19:27

      Qui una foto del Suo “alter ego” con la sesta moglie, o era la settima? :youdaman :dreaming :clap
      (Norman Mailer e Norris Church).
      A proposito , Dr @AtiLeong, sono lusingato che abbiamo usato una frase simile titolando un nostro scritto a meno di una settimana di distanza.
      Great minds think alike eheheh!
      http://www.piccoleverita.com/amore/ricordi-e-poesia/cinquantanni-in-viaggio.html#comment-19883

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      • luporosso
      • luporosso

      • 19 luglio 2015 at 19:45

      Qui una foto del Suo “alter ego” con la sesta moglie, o era la settima? :youdaman :dreaming :clap
      (Norman Mailer e Norris Church).
      A proposito , Dr @AtiLeong, sono lusingato che abbiamo usato una frase simile titolando un nostro scritto a meno di una settimana di distanza.
      Great minds think alike eheheh!
      http://www.piccoleverita.com/amore/ricordi-e-poesia/cinquantanni-in-viaggio.html#comment-19883

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      • dionisio
      • dionisio

      • 20 luglio 2015 at 0:34

      Messer @atileong … sempre sudato sto racconto ….ma sempre seguito con molta attenzione.
      A furia di romperle le scatole ….pure stiamo facendo che lei lo finisca…
      Sempre bravo …. complimenti.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 20 luglio 2015 at 13:40

      Caro messer Lupo, nei costumi matrimoniali peró non ho punto intenzione di seguire le orme del mio “alter ego”
      che se volesser gli Dei
      a male questo m’andasse
      non mi risposerei neanche
      con la piú bella e cortese creatura
      e neppur sotto tortura.
      :ar
      Mi indentifico di piú con la majetta del football americano : mi pare di averne una vecchia dei Washington Redskins.
      :doubleup

      La sua poesia la avevo letta ma in veritá me ne ero scordato il titolo…..
      mi era rimasto nel subcosciente forse..
      :-?

      Ieri quando ho “partorito” il titolo, giusto in fase di pubblicazione, in veritá avevo in mente Pascoli :

      E s’aprono i fiori notturni,
      nell’ora che penso a’ miei cari.
      Sono apparse in mezzo ai viburni
      le farfalle crepuscolari.
      Da un pezzo si tacquero i gridi:
      là sola una casa bisbiglia.
      Sotto l’ali dormono i nidi,
      come gli occhi sotto le ciglia.
      Dai calici aperti si esala
      l’odore di fragole rosse.
      Splende un lume là nella sala.
      Nasce l’erba sopra le fosse.
      Un’ape tardiva sussurra
      trovando già prese le celle.
      La Chioccetta per l’aia azzurra
      va col suo pigolio di stelle.
      Per tutta la notte s’esala
      l’odore che passa col vento.
      Passa il lume su per la scala;
      brilla al primo piano: s’è spento . . .
      È l’alba: si chiudono i petali
      un poco gualciti; si cova,
      dentro l’urna molle e segreta,
      non so che felicità nuova.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 20 luglio 2015 at 14:07

      Caro messer @dionisio
      non é un mistero che l’influenza ( benefica ) di vossignorias di PV mi han spinto a riprendere questa “impresa”
      ho anche piú tempo disponibile per dedicarmici peraltro dopo un 2-3 anni davvero difficili.
      Prima per un paio d’anni mi ero dedicato a un altra opera ( un mattone 4-5 volte piú volumoso della “dottoressa” che non so se sia interessante nel contesto di PV )
      Su come finire ci ho una idea nebulosa fin da quando ho cominciato tant’anni fa…le nebbie in questione si stanno diradando é vero…ma pian piano vediamo se ci arivo… :pray

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      • luporosso
      • luporosso

      • 20 luglio 2015 at 20:00

      Sr. @AtiLeong, non vorrei mai Lei mi avesse frainteso, vedendo del sarcasmo nel mio intervento.
      Non mi permetterei mai.
      Le assicuro che era del tutto sincero e non volevo dire nulla di piú di ció che ho detto.
      Reitero la mia ammirazione per la Sua prosa e mi scuso nel caso fosse necessario.
      Sinceramente,
      Luporosso

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 20 luglio 2015 at 23:29

      Masiffffiguri sidi @luporosso
      non vi é problema alcuno.
      solo ho approfittato per fare un brevissimo commento sulle perplessitá che mi suscita la pratica di recidivare nel matrimonio non due o tre….ma 6-7 volte ! Cosa che, a leggerne le biografie, non é cosi involgare negli ambienti artistici americani ma non solo.
      Ma il fatto che io non vi aderisca non vuol dir che disapprovi…..
      che ogniun facci della vita suo quel che vuole…
      come diceva quel tipo alla tv tanti anni fa. “io non capisco ma mi adeguo”
      Allora tanto per saltar di palo in frasca
      ( ho bevuto troppo rosé frizzantino )
      le offro questa commovente immagine di Pablo Gonzales, generale Villista, che affronta, correva penso il 1916, il plotone di esecuzione reggendosi in piedi su una stampella.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 21 luglio 2015 at 1:10

      Cazzo mi si scusi, mi svejo adesso ma prima di andare a letto devo ratificare prima che il fantasma di Pancho Villa mi faccia soffrire giusti incubi:
      il tipo sopra si chiamava Pablo Lopez Aguirre
      NON Gonzales. :dontsee
      prima di morire pare abbia detto:
      ” Soldado primero, dos últimas gracias antes de morir: una cerveza y que se lleven al gringo, a ese que está ahí, ordenando con sus ojos: mi fin, mi muerte, su venganza ”
      Bonanotte

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    • GraSSie sSior Leone per questa ennesima puntata della Dottoressa… :dreaming …davvero ben scritta come al solito, un piacere leggerLa. :dreaming

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      • CCSP
      • CCSP

      • 21 luglio 2015 at 23:41

      @AtiLeong la tengo d’occhio! :dreaming :clap
      Ci metta il copyright se non se la vuole vedere scopiazzata sulla Rai! ;-)

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      • Matt
      • Matt

      • 23 luglio 2015 at 17:20

      Quando il Sior @Atileong e il Messer @luporosso cominciano a dibattere, bisogna sedersi nei banchi e prendere appunti.
      Questa nuova puntata della Dottoressa me la stampo per leggerla al mattino in bagno. Non si offenda Sior @Atileong, è il momento che preferisco, per me sacro e propizio.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 24 luglio 2015 at 15:08

      Revernda Santitá Capadimorto – @CCSP
      Sono secoli che non vedo una produzione RAI ma dubito che abbiano migliorato la loro ( pessima ) qualitá…sicché di fatto vedi mai che qualcheduno di quelle parti inciampi qui e….. :dontsee
      Andrei in tal caso in serio rischio di infarto.
      dal ridere naturalmente
      :)) :rotfl :rotfl :rotfl

      Caro signor @Matt , se vi é una osservazione che mi ha fatto piacere é proprio quella di venire a conoscenza del luogo a cui destina la lettura del mio scritto. che non per nulla mi offende e altresí vieppiú mi onora.
      Le letture da cesso per me sono sacre.
      Ultimamente mi ci sono sciroppato un paio di capitoli di “tormenta di spade” :
      quello dove Samwell il ciccione fa fuori l’estraneo :skull

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