• La DOTTORESSA DELLA CASERMA DEGLI ALPINI – parte 6ª

    Appena fuori dal portoncino due militi in attesa circondano il paziente designato con furtiva impazienza.
    “E allora? com’é?” Beppe Dal Poz scuro, occhialuto, peloso e faceto lo incalza.
    Mirko Selva é il babbeo che han circuito per andare in avanscoperta con la dottoressa. Poco dietro sorridente e caparbio attende il Benazzi.
    “Di fatto é figa, proprio figa…” comincia dosando le parole e cercando di essere adequato Mirko.
    Poi peró, essendo incapace di mettersi a tono coi suoi due sobillatori, si rifugia nel farle la lista dei difetti per darsi un tono di profondo conoscitore di donne:
    “ha i brufoli… il naso troppo lungo, la vita non tanto alta…”
    Pratico va invece al dunque subito il Benazzi: “è sposata? Hai visto se ha la fede?”. Mirko a questo non ci ha fatto proprio caso, troppo impegnato nel suo ruolo di malato immaginario “no…mi pare di no…” corrugando la fronte nello sforzo mnemonico e palesando insicurezza.
    Piú tardi in mensa lo schiamazzo é piú intenso del solito e Mirko gongola gagliardamente orgoglioso al centro dell’attenzione: che é lui eroe del giorno.
    Si concede alla popolaritá ostentando nonchalance, fingendosi anzi quasi annoiato da tante domande:
    lui questo grand’ uomo navigato, tombeur de femmes di lungo corso le cui piú eccitanti esperienze sessuali erano quelle coi giornaletti porno di seconda mano vendutigli da un compagno di classe ripetente anni prima e che l’unica ragazza con cui avesse rapporti amichevoli era una cugina (che non vedeva da un anno) descritta ai colleghi come “superfiga” ma in realtá nientaltro che un insipida biondina, sulla quale fantasiava e che anni prima, al mare, come aveva raccontato ossessivamente a chiunque e ripetutamente, aveva “quasi visto nuda”.
    Tutti cominciano a declamare ai colleghi i sintomi che si ripromettevano di addurre come motivo di consulta, alcuni cercando di essere plausibili altri sparano faceziose oscenitá: tutti parlano contemporaneamente, quasi nessuno ascolta.


    AtiLeong ha scritto anche:



      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 27 luglio 2014 at 18:02

      Intanto il tenente Zanetti, pratico e sbrigativo non perde tempo e stringe l’assedio alla dottoressa.
      Affetto da dongiovannismo impenitente costui vive di innumerevoli avventure erotiche con donne di tutti i tipi contattate in tutti i modi: al supermercato, in treno, con le moderne chat-line, praticando turismo in aree propizie…..tutto al fine di poter consumar sesso con alacritá olimpionica essendo per il resto un tipo sobrio e di sani principi malgrado i facili costumi in fatto di sesso.
      Scoperta la totale ignoranza sulla cittá e le sue attrattive della giovine il tenente le si disponibilizza come necessario anfitrione e guida ai vari punti di interesse.
      Messa all’angolo dalla stringente dialettica, considerando anche che le piace passeggiare accetta il pur insidioso invito.
      E cosí quando son le sei della sera e il gelido buio copre la caserma la sentinella alla porta non riesce a dissimulare il suo stupore al passaggio della coppia di ufficiali.
      Alti, sicuri e avvolti in pesanti ma comodi cappotti, distratti in una affiatata conversazione cui é irrimediabilmente escluso appaiono i due al povero Pepe Lo Cicero.
      Lo Zanetti scruta incrociandolo lo stupore negli stupidi occhi tondi del soldato e lo ricambia con un compassionevole e irridente sorrisetto.
      Lo Cicero quasi si dimentica di aprofittarne per vedere bene la famosa dottoressa: schivo ne osserva il bel profilo mentre é distratta e poi ne ammira la figura che si allontana.
      Lui é basso, brutto e ignorante: un senso di inferioritá demoralizza il soldato al passaggio ai due aitanti ufficiali: l’astioso cinismo che pratica ostensivamente per difendersi dalla crudeltá del mondo lo abbandona per alcuni istanti alla consapevolezza di quando sia socio-biologicamente sfavorito: il padre quasi sempre in galera e la madre abnormente grassa che con la sua mole e depressione invade tutto il loro minuscolo appartamento.
      Studente piuttosto scarso, si riscattava a scuola facendo il bulletto e giocando a calcio piuttosto bene tanto da essere uno dei migliori dell’ istituto anche se non abbastanza per essere preso in considerazione dalle giovanili del Pisa data anche la scarsa atlteticitá (1,68m per 61Kg).
      Allora peró pensa poi agli altri sfigati, quelli piú sfigati di lui, ai quali racconterá il pettegolezzo e sui quali poi s’ingegnerá di incrudelirsi con qualche scherzo per occasione.
      La coppia di ufficiali si incammina per il vialone scuro.
      Vanno silenziosi e rapidi avendo perduta d’incanto l’effimera intimitá fiorita davanti al povero Lo Cicero.
      Cercano di raggiungere in fretta le piú confortevoli vie del centro cittá.
      Il tenente, di natura impaziente e poco tollerante ai lunghi corteggiamenti, si rende sempre piú chiaramente conto di non avere di fronte una preda facile e la cosa un po’ lo indispone; pensa peró che in fondo, vada come vada, é sempre gradevole passeggiare con una bella ragazza e cerca di rilassarsi.
      Lei intanto ammira il deprimente paesaggio attorno; cerca di spiare le luci dentro alle finestre ai primi piani dei piccoli condomini dell’altra parte della strada: sprazzi di altre vite, lampadari, mobili, tavoli, casalinghe che cucinano, un bambino con un pupazzo in mano (gioca che sta volando). Poi un tipo che esce da un portoncino con a guinzaglio un cane.
      Forse per via del precoce buoi autunnale tutti quelli che vede le sembrano tristi; guarda anche le persone dentro le auto: quasi tutti soli.
      Li immagina a tornare stanchi dal lavoro e entrare dentro a queglia appartamenti che spia, incontrare senza entusiasmo gli altri familiari e lí quasi senza dirsi niente cenare, guardare qualche schifezza alla tv e andare a letto nella prospettiva di un altro giorno di lavoro l’indomani.
      Attraversano infine il vialone e imboccano una antica strada di ciottolato fiancheggiata da bassi portici. Qui puó solo vedere i portoni e alcuni sono lussuosi: case medioevali recentemete restaurate per alloggiare una borghesia con pretese intellettual-chic, altri sono semidistrutti chiusi con catenacci e aspettano di tornare a nuova vita in grazia a qualche oculato investitore. Le placche dei campanelli puzzano ostentata opulenza, ne immagina gli abitanti piú tardi a uscire per andare in posti tipo un teatro o a qualche concerto magari in una chiesetta barocca sconsacrata e finemente riadattata. Ma anche loro sono tristi come quegli altri di prima, anche loro quasi senza saperlo.
      Conversano dello spettacolo al ritorno, magari si fermano a bere o mangiare qualcosa in qualche vecchia osteria convertita in bar notturno alla moda ma sempre prudentemente immersi in una rassicurante superficialitá.
      Tornati a casa poi magari anche scopano, ma ciascuno pensando probabilmente a altra persona.
      Mentre é presa da queste fantasie arrivano ad incrociare una riviera presso un ponte e il tenente all’improvviso parla “Questo é un antico ponte romano” annuncia “quelle lí che vedi dall’altra parte sono le mura medioevali della cittá” prosegue da diligente guida turistica.
      Le mura merlate nell’oscuritá le appaiono cupe e arcigne ma anche belle e possenti in sfida al tempo e tutte le mediocritá cui fanno ombra.
      Lei vorrebbe dire qualcosa, magari una domanda sensata e intelligente ma é
      preceduta da lui che le fa dei brevi cenni storici della cittá.
      A metá ponte lei si ferma e guarda giú: chiede “come si chiama questo fiume?”. Riceve una risposta informalmente enciclopedica, che il tenente ci tiene a mostrarsi sí instruito ma vuole anche evitare di essere pedante.
      A questo punto pure un poco incuriositá comincia a chiedere discretamente qualche informazione sulla vita del suo accompagnatore.
      “Tu di dove sei?”, “cosa hai studiato?”, maliziosa pensa pure di chiedere della sua vita amorosa ma ha paura di essere indiscreta e sopratutto mal interpretata.
      Finisce che le scappa di immaginarsi a letto con questo tipo, anche se francamente non ne ha nessuna intenzione.
      Adesso sono quasi arrivati alle piazze centrali. I marciapiedi sono progressivamente piú affollati, negozi li fiancheggiano: prima piccoli fruttivendoli e anacronistici barbieri, poi salumieri pretenziosi, cartolerie supponenti, butiques d’abbigliamento minuscole ma intimidanti fino a sbocciare fuori dai portici nella elegante piazza del mercato avvolta in una nebbia soffusa dai lampioni e dai discreti fuochi dei caldarrostai. Una zaffata di odore di castagne arroste li accoglie invitante.
      Al loro lato si profila un bar: vi entrano, piú per far qualcosa che altro, ma seduti a un tavolino, infreddoliti, non si dispiacciono di mettere qualcosa di caldo nello stomaco. Un forbito e efficente giovane cameriere gli si propone.
      Lei peró é colta da un momento di palese indecisione e pure il tenente é colto inpreparato ma improvvisa brillantemente un “punch caldo”: non ne ha mai bevuto uno in vita sua ma gli sembra appropriato all’ambiente e all’occasione.
      Incerta allora lei finisce per chiedere un té.
      La conversazione é mezzo arenata, fortunatamente l’ordinazione rapidissima arriva. La quantitá di vasellami e strumenti vari per il té invadono il tavolino imbarazzando un poco la dottoressa che invidia in cuor suo la semplicitá del fumante bicchierino trasparente del punch col suo elegante colore arancione scuro.
      Non puó peró sapere, anche lei non ne ha mai bevuto uno, quanto sia difficile berlo: il tenente, é poco aduso all’alcool e l’alta gradazione gli brucia la gola, ma lo sopporta stoicamente sorsata dopo sorsata e anche se gli pare non finisca mai si sente in dovere di berne perlomeno oltre la metá.
      L’alcool finisce quindi per fumargli alla testa e spontaneamente fa riattivare la conversazione: tornandola naturalmente sempre piú calda. Attacca ormai spietatamente la sua preda finché audace con una furtiva mano s’allunga a sfiorarne le affusolate dita distrattamente adagiate sul tavolo.
      Ma lei, come se niente fosse, ritira la mano per coprire un educato piccolo sbadiglio simulato.
      Il tenente, sorprendendo anche se stesso, abbozza in gran disinvoltura e s’alza elegantemente per pagare il conto alla cassa.
      Rientrano per le vie buie con passo rapido, senza parlare per lungo tratto, poi con naturalezza il discorso scivola sulla sventurata storia d’amore del tenente e una giovane siciliana.
      Si puó pensare che il nostro tenente si stia giocando l’ultima patetica carta del disilluso sofferente amante, ma si penserebbe male: il punch gli scalda le guance e scioglie il discorso a sinceritá inconsueta.
      La dottoressa lo sente e apprezza, degusta curiosa le vicissitudini e i malintesi che fecero naufragare quel giovane amore come solo una donna sa fare paragonando passo a passo tra se la storia che ascolta con le braci assopite che ancora ha dentro.
      Quasi le scapperebbe di fare qualche considerazione che svelerebbe le sue proprie disilusioni ma, lucida, sa contenersi impersonale empatica e saggia da prima della classe che sempre ha saputo essere.
      E il tenente, per quanto esperto, cade nel tranello e la immagina pura e intonsa: con un qualche fidanzato plasticamente perfetto, un Ken di Barbie fermo lá da qualche parte che le fa squillare puntuale il telefono ogni sera alle 9 e 30, amoroso e impeccabile a far piani su radiosi futuri.
      Quando arrivano alla caserma, stavolta Lo Cicero non si fa sorprendere e col suo piglio di scugnizzo fetente guarda ‘a guagliona che passa mantenendo solo il minimo di contegno militare indispensabile.
      Maschio latino verace, Lo Cicero, dopo intense esperienze masturbatorie giunto ai 16 anni si fece un punto d’onore di perdere l’imbarazzo della verginitá: nell’eccitazione della classica gita scolastica primaverile nonsodove si insinuó sguaiatamente a Federica Scappini della II B, grassoccia e volgare ma procace e altrettando in preda a calori primaverili. Cosí sviluppó i primi anticorpi al senso di inferioritá che lo affliggeva, potendo guardare dall’alto al basso la grande massa dei suoi compagni di classe ancora vergini.
      Miglioró anche le sue prestazioni calcistiche sull’onda dell’autofiducia diventando per un breve periodo sul finire di quell’anno scolastico una vera stella dell’istituto tecnico “Giancarlo Matteini”.
      Benché la vita lo avesse ben presto relegato all’anonimato; malgrado lo smacco del fallito provino per il Pisa Calcio, la sensazione di poter emergere e essere un “vincente” non lo aveva abbandonato mai del tutto anche se si era progressivamente ridotta a smargiassate da bar, bravate al motorino e una fama sapientemente costruita di latin lover.
      Schiacciato dall’evidenza di non poter essere, si era progressivamente incattivito nell’arte del sembrare.

         4 Mi Piace



    • “Le mura merlate nell’oscuritá le appaiono cupe e arcigne ma anche belle e possenti in sfida al tempo e tutte le mediocritá cui fanno ombra.” :)) :)) :))
      :dreaming
      Grande Signor Attilio Leone! :clap :clap :clap

         0 Mi Piace


      • dionisio
      • dionisio

      • 27 luglio 2014 at 19:00

      :clap :clap :clap
      Ed ho detto tutto……….
      :youdaman :youdaman :youdaman

         0 Mi Piace


      • piranha
      • piranha

      • 27 luglio 2014 at 20:06

      dottore illustrissimo,a quando il seguito?

         0 Mi Piace


      • Matt
      • Matt

      • 29 luglio 2014 at 12:28

      CaVo Signor @AtiLeong visto che gli elogi non le mancano (e Lei sa che io sono uno dei suoi primi estimatori) mi assumero’ l’onere di farle da critico.
      Il titolo non è appropriato: fa pensare ad una commedia brillante e pecoreccia, di quelle con il Colonnello Buttiglione e Michela Miti. Invece l’opera è malinconica e lenta come un film francese con Jean Gabin. Se fosse realizzato, il film non sfigurerebbe nella cineteca del temutissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli: Dies irae di Carlo Teodoro Dreyer – sei ore –, L’uomo di Aran di Flaherty – nove tempi –, ma soprattutto il più classico dei classici, La corazzata Kotiomkin – diciotto bobine – di cui il professor Riccardelli possedeva una rarissima copia personale (cit. da Il secondo tragico Fantozzi).

         2 Mi Piace


      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 29 luglio 2014 at 18:07

      Caro signor @Matt , ha tutte le ragioni quando scrive che vi é una stridente dissonanza tra il titolo da film di Mariano Laurenti o Nando Cicero e il tono dell’ opera.
      Una qualche chiarificazione in merito la trova nella piccola presentazione che ho fatto al primo brano, se ci da un’ occhiata.
      http://www.piccoleverita.com/senza-categoria/la-dottoressa-della-caserma-degli-alpini.html

      Mi son tenuto questo “titolo ingannatore” un po’ come un “dark-side postumo” di quel tipo di commedia e dell’ humus culturale, fatto essenzialmente di frustrazioni sessuali, da cui nascono.

      Mi piace parecchio quel cinema.
      Animalesco, spontaneo lussurioso e a volte davvero sempliciotto: é opera di Satiri e Ninfe cui infatti faccio cenno prima che la storia si interrompa “ex-abrupto” perché ho smesso di scriverla.
      Ma sto meditando riprenderla… :-/

         1 Mi Piace


      • CCSP
      • CCSP

      • 31 luglio 2014 at 18:12

      Come promesso, mi sto rimettendo in pari grazie a qualche giornata più tranquilla…..
      Letto tutto d’un fiato e forse è anche meglio! Senza dubbio non le mancano Dote d’ Esposizione ed Eleganza Sig. Attilio Leone… ;-)

         0 Mi Piace



    Post a Comment!