• I CANI CHE GIOCANO A BILIARDO

    La prima volta che lo ho visto me la ricordo bene: ero al Gran Bazaar di Istanbul nel 1978.

    Avevo 8 anni e si erano fermati per vedere o comprare delle cose e me lo sono visto davanti.

    Folgorato da una specie di effetto Stendhal , ma forse al contrario, malgrado la mia poca etá sono rimasto attonito a fissarlo: chi poteva aver immaginato di dipingere una tal solenne e delirante cazzata ?

    La bruttezza indicibile dell’ arazzo coi cani che giocano a bilardo non mi ha mai abbandonato.

    Entrai quel giorno nel mistero della sgraziata follia e del cattivo gusto che da allora non hanno smesso di affascinarmi come categoria ontologica.

    Ciclicamente, come l’avversario di un supereroe dei fumetti, il patetico consesso di quadrupedi attorno al tavolo di snooker mi si é presentato davanti:

    lo ricordo per esempio nella zona ascensori di un pretenzioso hotel a Bogotá.

    Ma in tema di cattivo gusto, meschina stupiditá, ridicola, grottesca e penosa follia vorrei prestare omaggio a un personaggio che ho avuto la ventura di conoscere per ragioni professionali e che a mio modo di vedere ne é un assoluto campione.

    La storia narrata a seguire cammuffata nei luoghi e nei nomi per ovvie ragioni di privacitá é liberamente tratta e romanzata ma nella sostanza contiene i veridici fatti della vita di questo uomo al cantar le cui gesta e qualitá morali non significa in nessun modo che io approvi: solo credo che in tutta la loro triste abiezione siano degne di essere raccontate.

     

    Nel bel mezzo del consiglio di classe il professor Valdino Gardin si fece sorprendere da un plateale sbadiglio ma riuscí a gestirlo con una certa eleganza coprendo prontamente la bocca con la mano per poi acarezzarsi la barba e rinnovandosi quindi in una postura e uno sguardo che fugasse subito qualunque dubbio circa l’interesse che gli suscitava il discorso  della preside autorevolmente appollaiata di sopra della cattedra.

    Magari vent’anni fa doveva essere ancora una bella figa, pensó il professore. Ma adesso, sui sessanta, per quanto stratruccata e tirata, folta chioma tinta neroebano e calze a rete non riusciva a mascherare di essere solo e soprattutto una vecchia rompiballe che col suo petulante accento siciliano non la smetteva mai di parlare e parlare e le riunioni cosí non finivano mai.

    Il professore constatató che nessuno, tantomeno la preside, aveva fatto caso a lui e al suo sbadiglio e scivoló pertando in un niente a distrarsi di nuovo e a dare una sbriciata alle gambe della professoressa Benvenuti che insegnava ginnastica alle ragazze e benché avesse quasi 50 anni e in faccia glieli si vedesse tutti conservava intatti grandi occhioni azzurri sbarazzini da ragazzina e soprattutto un gran culo che non disdegnava far apparire in tutto il suo splendore quando le braghe della tuta le si infilavano saporitamente intra le tornite chiappe mentre era intenta a dar lezione.

    Il professor Valdino ci aveva giá dedicato qualche sega a quel culo.

    Lui di anni ne aveva 53. La barba brizzolata, una crapa pelata circondata da ribelli ciocche castane, occhiali squadrati con la montatura grossa e uno sguardo serioso e severo per dare un po’ di tono a un ometto di poco piú di 1,60 magro e con le spalle strette e incuvate. Che con la Benvenuti non ci aveva mai provato, non ne aveva mai ricevuti gli spazi, a onor del vero. Ma adesso stava anche lei lá, con una biro in mano abulicamente adagiata con i gomiti sul banco e a dondolare pigramente le gambe affusolate sui tacchi alti.

    Aspettando che finisca anche sto consiglio di classe della 2ª B.

    A Guidetti, al trentenne professor Guidetti che si soffiava sul biondiccio ciuffo ribelle per ricordare a tutti, anzi a tutte, il suo fascino, che vestiva giubotti da aviatore e jeans attillati a esibire il fisico magro e atletico gliela avrebbe data invece di sicuro.

    A Guidetti, peraltro unico altro maschio in quella sala, secondo il professor Valdino gliela avrebbero data tutte.

    Forse addirittura anche la Serini, supplente di Inglese,  fragile e perfetta bambolina bionda che lui non osava sfiorare neanche col pensiero.

    Guidetti era per lui una specie alieno, abitante di un altra dimensione: parlava un linguaggio che faticava a  capire  e non si capacitava come spesso questi cercasse presso di lui una informale e un po’ gaglioffa complicitá maschile alla quale si sentiva completamente inadeguato.

    Lui, che vendeva al mondo una immagine di se stesso quale di un compito signore di mezz’etá  dalla giacca marron con le toppe sui gomiti di una povera ma dignitosa serietá di maturo professore, forse non riusciva a darla completamente a bere al brioso e giovanile collega Guidetti.

    Magari avrebbe dovuto smetterla di usare come borsa quella vecchia sacca sportiva nera della nike che stonava platealmente col suo stile. Ma era cosí pratica…..

    Guidetti che di sicuro doveva andare a letto con un sacco di belle ragazze diverse forse non riusciva neanche a immaginare una vita come quella del professor Valdino fatta di seghe e di sto giretto a puttane una volta al mese.

    Troppo timido, brutto e sgraziato da giovane non aveva mai avuto occasioni di approciare come si deve una ragazza finendo per passare i trenta a forza di seghe per placare la sua, sia detto, notevole virilitá.

    Professorino alle prime armi aveva finalmente conosciuto una collega, una moretta sarda piccolina coi capelli corti che peró si era intimidita quella sera di fronte al portentoso rigonfiamento che gli aveva visto sorgere sotto i pantaloni.

    Sfortuna volle che non ebbe poi tempo di proseguirne la conoscenza e vincerene le ritrosie perché lei dovette poco dopo quella sera lasciare il continente per tornare ad accudire la madre colpita da una trombosi.

    Scambiarono qualche lettera, stava progettando di andarla a trovare per le ferie estive ma a fine maggio lei gli scrisse che era tornata col suo ex e che progettava sposarsi. Non la sentí piú.

    Aveva una certa passione per la danza e sapendo che ai corsi di ballo si trovavano facilmente donne sole si inscrisse. Ma l’ambiente non gli era propizio, non c’era nessuna che gli desse corda e quando si esponeva un poco riusciva solo a rendersi penosamente inadeguato e ridicolo.

    In veritá sti balli latinoamericani per quanto si sforzasse di farseli piacere non lo intrigavano piú di tanto e a volte si perdeva invece a guardare affascinato le classi di danza classica che davano in una sala a lato nel centro culturale.

    Una sera tornando a casa con la sua 127 sport dalla lezione di cha-cha-cha si vide sfilare a lato sulla circonvallazione un gran numero di prostitute, ragazze giovani e belle dall’ aspetto esotico: nere di Nigeria , biondine dell’ est, albanesi e rumene avevano invaso le strade d’ italia e il professor Valdino dopo decine di febbrili solitari sopralluoghi notturni vinti dubbi, remore e timori si decise infine di accostare e abbassare il finestrino.

    Da allora divenne un puttaniere non assiduo ma regolare di stradali per un tempo e in seguito di ragazze da appartamento dove si trovava piú a suo agio.

    Viveva ancora lui solo con la anziana madre da quando gli era morto il padre e la sorella minore si era sposata.

    Anche se ci teneva quasi maniacalmente a mantenersi in forma, non fumasse, non bevesse, non avesse un filo di grasso e praticasse regolarmente yoga e attivitá ginnico sportive in generale si era trovato qualche anno prima steso in una urgenza ospedalare attaccato all’elettrocardiografo preda di una grave aritmia cardiaca e gli fu riscontrata pure una una leggera forma di diabete. Da allora prendeva regolarmente farmaci e aveva vieppiú rafforzato le sue attenzioni con la forma fisica.

    Un paio di anni prima la sorella, il marito e la figlia di 12 anni erano tragicamente morti in un incidente stradale. La madre era giá molto debilitata dagli anni e non avevano altri parenti stretti.

    Cosí un pomeriggio, poco tempo dopo l’incidente, si ritrovó tutto solo nell’appartamento della sorella per svolgere il mesto officio di liberarlo degli effetti personali che vi erano rimasti.

    Aveva accettato con una certa abulica fatalitá la strage della famiglia della sorella con la quale non aveva mai avuto un grande legame, una estranea casualmente figlia dei suoi stessi genitori: non riusciva pertanto a sentirsi particolarmente commosso, essendo piú che altro preoccupato per il contraccolpo che la tragedia potesse avere sulla fragile salute senile della madre.

    In un armadio si imbatte nel vestito da ballerina della nipote: una calzamaglia e tutú grigetti coi brillantini che le aveva visto usare a un saggio di danza qualche mese prima, quando aveva accompagnato la nonna a vedere la nipotina alla prova.

    Non riuscí a separarsi del completino della nipote, se lo mise da parte e lo portó segretamente a casa.

    Si era da un po’ di tempo trasferito a dormire nella stanza che era stata da sempre dei suoi genitori al piano superiore della casa dove viveva da quando era nato.

    La madre non riusciva piú a far le scale.

    In stanza quella sera stese i vestiti da ballerina della nipote sul letto per ammirarli.

    Prese a farlo quasi tutte le sere. Finché non ebbe il coraggio e messosi in cannottiera e mutande vestí quindi il tutú della nipote. Era stata una ragazzina abbastanza robusta e anche se gli stava un po’ stretto, riusci a mettercisi dentro.

    Si ammiró allo specchio e sentí un prepotente formicolio inguinale che preannunció l’abbozzo di una erezione.

    Da sotto il gonnellino liberó allora uccello e palle. Tra la peluria incanutita si compiaque delle dimensioni davvero ragguardevoli della sua nerchia e delle grandi palle, palle da vero da toro che di sotto pendevano. Dei genitali grottescamente enormi in un uomo cosí piccolo, curvo e magro.

    Accennó qualche passo di danza, qualche posizione artistica studiandosi al grande ovale dello specchio incastonato nella portiera del vecchio armadio di pesante legno laccato scuro che era appartenuto ai suoi genitori.

    Di tanto in tanto, ma sempre piú spesso si ritrovó a ripetere l’esperienza e in un paio di occasioni si masturbó pure ma constató con delusione che non riusciva a ricavarvi orgasmi particolarmente soddisfacenti.

    Si rese presto conto che le sarebbe piaciuto un ambiente piú grande, luminoso e con la musica…..

    La palestra della scuola. Alla sera non c’era nessuno e la professoressa Benvenuti lasciava lá il suo lettore con dentro i CD di classica perfetti per il balletto.

    Quando ne aveva l’occasione si portava  tutú, calzamaglia e scarpette da ballerina attentamente occultati dentro al borsone sportivo:

    si attardava magari a correggere i compiti e a sistemare i registri, aspettava che la scuola si svuotasse completamente e quindi sgattaiolava verso la palestra, accendeva le luci a illuminare il palquet chiaro da campo di basket, si cambiava nello spogliatoio femminile in fondo, faceva partire la musica e si entusiasmava in evoluzioni e piroette di dubbissimo valore artistico ma che lo facevano sentire benissimo.

    A volte alla fine si ritrovava coperto di sudore e si faceva allora pure una doccia, in quei casi sí che le seghe che si sparava gli proporzionavano superbi orgasmi. Tutto nudo sotto la doccia che poche ore prima aveva ospitato tutte quelle ragazzine nude, che riusciva a sentirne ancora il calore delle giovani carni.

    Il tempo, anche quando passa lento, passa.

    E mentre navigava placidamente nel flusso dei suoi pensieri lontano dal blaterale della preside cui si affiancava alle volte il gracchiare della Galligioni, la cessona inchiavabile che insegnava Italiano a fargli il paio di tanto in tanto, la riunione attorno a lui finalmente si sciolse: gli scricchiolii delle sedie che si spostano, il brusio del chiacchericcio sommesso delle colleghe lo avvisarono che si poteva procedere anche stasera all’ oramai consueto piano.

    Raccolse il borsone nero con dentro il suo prezioso completino da ballet ben piegato e nascosto, scambió un paio di cenni di saluto con le colleghe che incroció uscendo dall’ aula e mentre tutti imboccavano il corridoio verso l’uscita lui, senza parere, prese il cammino opposto.

    Nessuno sembró farci caso.

    Per sicurezza comunque, come da giá collaudato protocollo,  entró nei bagni per guadagnare un po’ di tempo e la certezza di essere rimasto assolutamente solo nell’ edificio.

    Erano gradevolmente lindi e profumati, le bidelle dovevano esservi appena passate.

    Si guardó allo specchio. Si rese conto di avere gli occhiali sporchi e con la apposita pezzetta che aveva in tasca prese a pulirseli con serafica calma avvolto in un piacevole e rassicurante silenzio quando fu sopreso da rumorosi passi di affrettati tacchi in avvicinamento.

    D’istinto scelse di entrare in uno dei cessi per nascondersi.

    Qualcuno entró nei bagni e senza indugio si affrettó a una delle private e vi si chiuse.

    Si udí un sospiro seguito  dallo scroscio deciso di una vigorosa pisciata.

    Si incuriosí e quatto quatto, incoraggiato anche dal lindore del pavimento che brillava e odorava di detersivo si accucció per spiare. Vide delle scarpe e dei collant abbassati afflosciatisi sopra. Scarpette marron orrende col mezzotacco da suora e di sopra lo spuntare di polpacetti insonsi. Doveva trattarsi senza dubbio di quella creatura sessualmente inutile della professoressa Galligioni. Sogghignó tra se compiaciuto della sua birichineria.

    Aspettó che se ne andasse e che la splendida e silenziosa solitudine gli fossero restituite attorno.

    Quando si sentí sicuro uscí dal bagno e col borsone in mano si avvió verso la palestra.

    Dalle ampie finestre che fiancheggiavano il corridoio vedeva la rasserenante luce di un declinante ameno pomeriggio primaverile.  Una timida brezza agitava appena le verdi foglie dei pioppi che stormivano dolcemente accompagnate dal garrire  delle rondini.

    In una bella giornata come quella era proprio l’ideale concluderla con un po’ di esercizio in palestra.

    La palestra  quando vi entró era invece giá avvolta nella penombra, accese allora subito tutte le luci che gli rivelarno il serafico brillio laccato marronchiaro del campo da basket con tutte le cose al posto loro, come se stessero aspettando proprio a lui.

    Andó a cambiarsi come al solito in fondo dove c’era lo spogliatoio femminile, piú lindo e pulito ma soprattutto impregnato dal piacevole olezzo di giovane femmina.

    Uscí invergando il suo tutú di tutto punto e si avvió sul lucido palquet con passo felpato sulle ballerine, accese il lettore CD e senza guardare che musica ci fosse facendo affidamento con elegante nonchalanche alla sua buona sorte.

    Partí  infatti un maestoso “ valzer dei fiori” di Tchaikovskij.

    Il professor Valdino, raggiunse allora il centro del campo e in pochi secondi prese ritmo e si immerse in una trance artistica fatta di balzi, scimmiottature di piroette e arabesque, goffi accenni a pseudo developpé.

    Ma per quanto lo riguardava invece lui si sentiva tuttuno con la musica e la danza e che no, che stava ballando benissimo, che stava andando da dio.

    Quando il pezzo finí era peró, a esser sinceri, un poco accaldato e col fiatone.

    Ma era troppo preso e si sentiva nel dovere morale con se stesso di continuare la strepitosa prestazione.

    Aspettó quindi pié fermo  anche se un poco ansimante l’attacco del nuovo pezzo.

    Fu fortunato che si trattava della lenta, eterea e anche po’ inquietante e misteriosa “danza della fata confetto”.

    Stava ancora cercando di abbozzare passi adeguati alle sognanti note del maestro russo quando sentí dei rumori.

    Si fermó ad ascoltare.

    Rumori sí. Anzi, voci.

    Non aveva scampo, doveva rifugiarsi senza indugio nello spogliatio femminile e sperare che gli intrusi non si avventurassero finlá.

    Anzi le intruse, perché quello che udiva mentre si ritirava precipitosamente, era un chiacchericcio femminile, voci di ragazzina.

    Non riuscí neppure a spegnere il lettore Cd, operazione che gli sarebbe potuta costare secondi fatali.

    Raggiuse lo spogliatoio e si appoggió al muro dietro alla porta.

    Ascoltó.

    “ La musica é accesa …..Ma che ci sia qualcuno ? ”

    Non osava sporgersi a vedere chi stesse parlando.

    “Non c´é nessuno….”  seconda voce.

    “ se la saranno dimenticata accesa…..”

    Dovevano essere in 2 o  forse 3.

    Ragazze di 3ª o magari di 2ª si sarebbe detto dalle voci.

    Cominció a udire passi di corsa, scivolate sul palquet e il rimbombare del pallone che rimbalza.

    Stavano giocando a pallacanestro.

    Osó sbirciare.

    Erano la Martina Bertani e Yuliya Semkiv.

    Dovevano essere loro per forza, giocavano nella squadretta locale, erano delle piccole altlete.

    Piccole si fa per dire: a 13-14 anni lo passavano di brutto di statura, essendo entrambe gía oltre il metro e settanta, spalle larghe, slanciate e soprattutto con grandi culi e tette che ballonzolavano da sotto i pantaloncini corti e la maglietta.

    Non riusciva a evitare di ammirarne le prospere forme quando le aveva in classe o le incrociava in corridoio.

    E adesso erano tanto prese da scatti,  finte e  a far canestri che si arrischió a continuar a guardare da dietro lo stipite della porta.

    Erano due brave alunne, tutte studio e sport e facevano questione di non dar caso alla loro sensualitá a differenza di certe altre colleghe loro che si comportavano da vere troiette smorfiose.

    Ma a lui non sfuggiva niente e aveva notato di come Yuliya guardasse coi suoi occhioni sgranati di slava Gianni il moretto napoletano e di come Martina tenesse attentamente curata la spettacolare cascata di boccoli neri e impreziosisse i suoi lineamenti mediterranei con un quasi impercettibile e elegante trucco. Ci doveva essere lo zampino della sorella maggiore che era stata gía sua allieva e adesso era una splendida diciassettenne che aveva giá sfilato da modella.

    A un certo punto Yuliya, probabilmente accaldata, si tolse la maglietta e rimase in reggiseno per  avviarsi a bordocampo con una leggiadra corsetta che le faceva svolazzare soavemente la lunga chioma ramata. Aveva una vita stretta, le poteva vedere il madido ombelico mentre si detergeva dal sudoro con un asciugamano. Martina le si era avvicinata “Immagina che adesso arriva Gianni….” scherzó e la abbracció da dietro come un focoso amante.

    “Scemaaaa…” rispose l’altra cercando di far l’offesa mentre le scivolava un risolino eccitato.

    Martina accostó la sua guancia a quella dell’amica e cominció a farle scivolare leggere le mani sul ventre e  per poi sfiorarle i seni simulando avide palpate.

    Yuliya  si piegó leggermente su se stessa un po’ imbarazzata ma senza smettere di ridacchiare.

    “Smettilaaaa, daiii….!! “

    “Ti piacerebbe eh, che fosse lui….” rincalzava l’altra senza mollare la presa passandole una mano   lungo una coscia.

    Nel divincolarsi i bei seni pieni della ragazzina debordavano fuori dal reggiseno ormai troppo piccolo, comprato l’anno prima.

    Il professore fu preso da una violenta eccitazione e l’uccello gli si inalberó imperiosamente duro e enorme.

    Non riuscí a trattenere l’impulso di sfregarselo con la mano.

    Gli si stava per delineare una inedita esperienza di sega vouajeristica, condita di paura di essere sorpreso e confusi sensi di colpa per trattarsi di fanciulle appena al lor primo fiorire, bambine fino all’altro ieri e pure sue alunne.

    Yuliya sembrava ormai un poco in difficoltá e non capire piú completamente fino a che punto l’amica stesse solo scherzando giá che non accennava a lasciare la presa e le sfiorava il collo con le labbra.

    “Mollami daiii…..mi scappa la pipí….devo andare a farla….vuoi che te la faccia qui ?!? “

    Martina senza preavviso molló la presa.

    Il professore Valdino poté vedere per un istante che ansimava un poco e aveva un sorriso irridente e soddisfatto sulle labbra ma anche Yuliya che a ampie falcate incombeva con la faccia rossa e avvampata su di lui: si scosse per cercare un nascondiglio qualunque, ma non ne aveva.

    Pensó di entrare in un box doccia e appiattirsi alla parete e sperare che non guardasse di la….ma la velocitá con cui la ragazza raggiunse lo spogliatoio fu minore di quel che aveva calcolato.

    Fu un attimo e se la trovó davanti: quando lo vide erano a non piú di due passi di distanza.

    Si arrestó come fulminata, spalancó gli occhi e aprí la bocca senza emettere suono.

    Il professore si produsse con disperatá velocitá in gesti con le braccia e sorrisi che la rassicurassero sulle sue inoffensive intenzioni, ma quando ne vide gli occhioni chiari scendere in giú per scorgere la sua mostruosa erezione seppe di essere perduto.

    Vide che stava per urlare e si slanció in avanti per coprirle la bocca con la mano, cercava al contempo peró di tenere a una certa distanza la parte bassa del corpo, per evitare equivoci contatti: finí cosí per sbilanciarsi sopra al tronco di lei.

    Senti per un attimo fatale il suo peloso vecchio avambraccio sulle soavi carni della fanciulla mentre le teneva una mano premuta sulla bocca e l’altra sui setosi capelli.

    E poi la inesonrabile caduta.

    Ma prima di finire sul pavimento la ragazza ebbe un disperato guizzo e lo spinse via con una forza che non si sarebbe aspettato.

    Voló di lato e sbatté rumorosamente contro gli armadietti di metallo.

    Si accasció al suolo.

    Non si era fatto niente.

    Ma preferí rimanere lí per terra, col pavimento sulle spalle nude a fingersi svenuto.

    Solo l’ucello, enorme, grosso e orrendo continuava libero e fieramente eretto e non ne voleva proprio sapere di ammainarsi.

    Tenne gli occhi chiusi.

    “ Ma cosa succede ???” pareva la voce di Martina.

    “Madonnnnaaaaa…..che cosa…..”

    “era qua poi quando mi ha preso la bocca perché non urlassi l’ ho spinto via e é caduto….”

    “ Adesso non si muove”

    “……….Che sia morto ?…….guarda il c…coso…”

    Sentí che una si avvicinava. Il calore di un corpo al suo lato.  E sta erezione che non ne voleva sapere di aquietarsi.

    “ Ma che roba…..e…come é vestito…madonna mia….cosa…..”

    Sentí due dita sul collo.

    “Non sento niente…”

    Una mano sul petto.

    Trattenne il respiro.

    “ Mi pare di sentire il cuore….forse…”

    “ Chiamiamo l’ambulanza ?”

    “ se é morto, non serve.  Andiamo via, qualcuno domani lo trova“

    “ Ma quando uno muore, il coso resta cosi ?”

    “ non lo so, come faccio a saperlo…..andiamo via, subito via…. “

    Appena sentí che se ne erano andate, l’uccello s’ammosció immediatamente.

    Si alzó e si affrettó ad allontanarsi pure lui, cercando comunque prima di eliminare qualunque traccia della sua presenza.

    Percorse quindi la palestra, i corridoi e uscí dalla porta dell’instituto praticamente trattenendo il fiato.

    Quando raggiunse l’angolo della strada con l’aria fresca della serata primaverile sulla faccia cercó di ricomporsi, respiró a fondo incontró il rassicurante acciaio delle chiavi della macchina in tasca e si avvió verso casa, coltivando speranza che l’incidente fosse finito lí e non avesse nessun tipo di ripercussione.

    Per qualche giorno sembró che cosí fosse.

    Quando le ebbe in classe, un paio di giorni dopo, finsero tutti e tre che nulla fosse successo e cominció quasi ad avere la sensazione che la nera nube delle grane che sentiva incombere su di lui si stesse ormai dissipando.

    Ma il giorno dopo fu convocato dai commissari.

    Per quel che ne poté capire accadde che Martina si sia confidata con la sorella maggiore che non tardó a farne partecipi i genitori.

    Il geometra Bertani era peraltro un tipo piuttosto collerico e violento e il professor Gardin se lo vide quel pomeriggio piombare davanti mulinando le braccia e proferendo truci minacce mentre la moglie e altre persone lo trattenevano evitandogli una agressione fisica.

    Senza osar neppur guardarlo, sepolto dalla vergogna, il professore si allontanó con la coda tra le gambe, curvo, atterrito e umiliato.

    Qualcosa finí pure sui giornali. Storie strampalate che sfioravano qua e lá la strampalata veritá.

    Anche perché le deposizioni dei protagonisti dell’ accaduto furono confuse e contradditorie, lasciando gli inquirenti abbastanza disorientati nelle prime calde fasi dell’indagine.

    Intanto il professore era finito ovviamente sospeso.

    Benché non avesse, almeno apparentemente, nessuna nozione di ció che stava accadendo al figlio la provvida sventura fece passar a miglior vita la povera signora Franceschina nel bel mezzo del processo.

    Appurata una sostanziale veritá dei fatti ebbe una condanna abbastanza mite inquanto una perizia di semi-infermitá mentale lo fece accedere una micro-pensione e a un impiego part-time negli uffici comunali di una cittá vicina dove si trasferí e dove venne in contatto con il mio amico e collega, il dottor TG suo attuale medico curante, che venne cosí a conoscenza dei fatti.

    Il professor Valdino tornó alla sua rotinaria frequentazione di prostitute ma abbandonó per sempre il balletto artistico, avendo gettato in gran segreto una notte il completino da ballo in un fiume.

    Continua invece a far sporadicamente riferimento, nelle sue trimestrali consulte mediche per il diabete, a un misterioso gruppo di persone presumibilmente a mando di Bertani e degli altri genitori della scuola dove insegnava che lo spia e cerca di avvelenarlo.

    Riferisce che in qualche occasione siano arrivati pure a rapirlo, legarlo e denudarlo, sbatterlo in un portabagagli e trasportarlo in qualche luogo isolato per poi mollarlo poi lí nel cuore della notte.

     


    AtiLeong ha scritto anche:




    • :dreaming :dreaming :dreaming
      Esimio sSior Leone, che dire…uno scritto glorioso oltre che finemente messo assieme come da sua consuetudine. :youdaman :youdaman :youdaman
      Pravo! Tanto di cappello!
      :clap
      Quanto al protagonista del racconto, madre de dios che personaggio… :dontsee :rotfl :ohplease ho riso di gusto quando me lo immaginavo a terra nel cesso delle ragazzine col tutù ed il caSSo duro che faceva finta di essere morto. :rotfl È una tecnica utilizzata da diversi animali a dire il vero, tra cui anche diversi serpenti. Comicità assoluta. :))
      Scommetto che il prof avrebbe preferito davvero essere morto in quel momento pur di tirarsi fuori dalla situazione in cui si era ficcato. Mamma che tipo…direi che con questo abbiamo aggiunto un nuovo tipo di Pazzo alla già lunga lista di quelli che si sono raccontati e che sono stati raccontati tra le pagine di questo bloggolettolo. :dreaming
      Grande pezzo!!!

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      • dragodoro
      • dragodoro

      • 17 aprile 2016 at 8:01

      Chapeau! Sig.Dott.@AtiLeong, sinceri complimenti! Ben scritto & godibilissimo racconto! :youdaman
      D’altronde come Suo solito! :doubleup
      Se ne potrebbe trarre una buona riduzione teatrale.
      Per fortuna in questa terra…(che fu), di un tempo popolata da Santi, Scrittori & Navigatori e oramai diventata terra di Cuochi, Cantanti & Ballerini..(sic!) & di…”Copia & Incolla”. :Boh
      Sopravvive ancora un sano spirito conviviale di qualche Bella Penna!
      L’ho letto tutto d’un fiato,…ehmm…(sudato come un cammello) :D sorseggiando una buona Birra ghiacciata, seduto a un tavolino traballante di un baretto in un soi defilato in Yaowarat road in quella fornace incandescente che è Bangkok, in questi giorni di Songkran.
      Sarà il caldo opprimente, probabilmente avrò le traveggole…boh?.. :O :O ma è sembrato di vedere nel bugigattolo della vecchia edicolante proprio di fronte a me……..

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    • dragodoro:

      :dreaming :dreaming :dreaming :bz :doubleup

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      • CCSP
      • CCSP

      • 17 aprile 2016 at 9:48

      Grande AtiLeong, anche a me e` piaciuto e ho riso parecchio! :dreaming
      Ci starebbe bene su un’ antologia di una seconda media! :ar

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      • Matt
      • Matt

      • 17 aprile 2016 at 16:22

      Che pena questo professor Valdino, pero’ se davvero si limitava a esibirsi per se stesso in fondo non faceva danno…
      E che pena le intime miserie umane, le pulsioni sessuali frustrate che trovano sfogo in modi strani e inconfessabili…

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      • luporosso
      • luporosso

      • 18 aprile 2016 at 13:01

      :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming

      Ancora una volta il Dr. @AtiLeong ci ha ipnotizzato con un suo Scritto di prosa tagliente, concisa e penetrante.
      Ci trasporta nell’ Universo AtiLeonghiano dove le emozioni dei personaggi sono narrate con un apparente distacco che le rende ancora piú vicine e vere.
      Impeccabile.
      Grazie.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 18 aprile 2016 at 18:45

      Cari signori,
      vi ringrassio assai delle bele parole.
      Avevo qualche dubbio se pubblicare questa roba in veritá giá che tocca argomenti un poco delicati specie negli ultimi anni.
      Ci ho fatto infatti prima un consulto col Nostro sSior Capitano,
      che, forse nessuno ci ha fatto caso,
      ha “guadagnato” una specie di piccolo “pseudo-cameo” nel racconto :bz
      E se si puó scegliere una location perfetta per leggerlo invidiabile é quella di messer @dragodoro , sudando singha-beer nella rovente Bankgkok
      per poi averci allucinazioni :trongo
      che neanche il povero professor Valdino che di poco sano di capa non lo era mai stato ma che lo stress dell evento qui narrato ha consegnato a una placida e strutturata follia.
      Ma anche se indubbiamente degno di pena come ci dice @Matt bey per quel che lo conosco non é certamente nel numero dei piú infelici personaggi che ho conosciuto in vita mia: in qualche modo é soddisfatto di se stesso e gestisce perlopiú le proprie miserie con una certa “classe” ( se possiamo chiamarla cosi…) togliendo appunto la piccola catastrofe occorsagli nel racconto.
      ( romanzata, non so esattamente come siano andate le cose nei particolari ).
      Il signor @CCSP ha ben capito invece il mio obbiettivo é raggiungere le antologie delle sQuole medie del XXIIº secolo per soppiantarvi quei pallosi di @GiovanniVerga e @CarloCassola
      :-P
      che se poi mi leggo la critica letteraria
      di sidi @luporosso che mi fanno sembrare uno scrittore peddavero
      finisce che deliro pure io finisce che ci credo possa succedere…. :chick

      Se comunque qualcuno incappasse, per le vie del mondo, nel dipinto dei cani che giocano a biliardo,
      o se qualcuno lo ha in casa
      ( allora ho fatto una gaffe orrenda )
      sarei davvero grato che se lo segnalasse in questo 3D :
      non so perché ma lo vedrei bene per esempio nella dimora di Ma(ia)lina e Che-Ce-Voh-Fa….. :dreaming

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      • il sindaco
      • il sindaco

      • 18 aprile 2016 at 18:50

      Illustrissimo Sig. @Atileong mi accodo ai complimenti, il suo racconto e’ amaramente divertente, diciamo che mi coinvolge parecchio perche io sono intimamente coinvolto dai casi umani, tutto cio’ che viene considerato bizzarro io lo trovo estramamente affascinante. Avrei voluto conoscere il prof. Valdino per scambiarci 2 chiacchere disperate. Come la belezza anche la bruttezza e’ molto soggettiva.

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    • :rotfl :)) :ohplease il cammeo…ma Scerto sSior Leone avevo notato ed apprezzato ovviamente, anche se poi mi son fatto portar via nel contesto generale e mi è passato di mente. :youdaman :youdaman :youdaman

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      • dionisio
      • dionisio

      • 20 aprile 2016 at 14:58

      Veramente un bello scritto @atileong .. complimenti ..
      Ci ho messo un po’a leggerlo non per mancanza ma per rotture di coglioni sopraggiunte … ogni volta che aprivo il suo 3d .. o mi chiamavano oppure squillava lo maledetto tele fono …
      Cmq. Gradevole e ben scritto .. per i complimenti alla sua persona .. le garantisco che si puo’ampliamente sentire scrittore …

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      • magic_mirror
      • magic_mirror

      • 21 aprile 2016 at 14:22

      Sig. Leone,
      sebbene avessi già avuto modo di apprezzarla in Sue precedenti gloriose opere…devo ribadire che la sua vena letteraria è davvero notevole!
      I miei più sinceri complimenti!
      :youdaman :clap :ar

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