• La DOTTORESSA DELLA CASERMA DEGLI ALPINI- parte 7ª

    Dopocena la dottoressa, staccatasi dal tenente che si é giudiziosamente ritirato per non essere invadente, si avvia verso la sua stanza.
    La silenziosa solitudine la soffoca un poco e cerca di distrarla prendendo il cellulare e telefonando a casa: voci lontane di sua madre e suo padre da un altro mondo, buono e familiare ma irrimediabilmente perduto e passato.
    Mentre parla al telefono si affaccia alla finestra e guarda il freddo buio apparentemente deserto d’umana presenza.
    Ma occhi interessati la stanno osservando caparbi.
    Beppe Dal Poz sta giá studiando la strategia ideale per collocare un posto di osservazione adatto a spiare l’interno della stanza della dottoressa affinché lui e pochi fidi commilitoni possano vantarsi di questo picaresco trastullo e forse poter furtivamente ammirare la grazia di femminili nuditá.
    La collocazione degli alberi tra le palazzine che ospitano le camerate dei soldati e degli ufficiali balenano presto l’idea giusta per mettere all’opera il malizioso piano al sogghignante Dal Poz un gaudente spensierato eternamente impegnato a forgiare il goliardico mito del personaggio di se stesso: irriverente seduttore, pigro ma ingegnoso, dedito ai piaceri carnali del sesso, dell’alcool e del fumo, dandy frivolo ma irresistibile per donne e amici; cercava sempre di evidenziarsi nell’impresa audace e mirabolante.
    Quando la dottoressa spegne il cellulare rimane li fuori dalla finestra un po’ ad annusare il freddo buio della notte. Cerca la silenziosa quiete delle ombrose fronde dei pioppi ma una spiacevole sensazione la assale, sente occhi che la carpiscono indiscreti violando l’intima solitudine che cercava.
    S’affretta allora a armeggiare con i vecchi balconi per sottrarsi all’ intrusione: mentre chiude gli infissi la vernice giallina e scrostata pare dar vita a un disegno, l’immagine di un profilo antico romito tra le pieghe della memoria: sua nonna, la abuela.
    La fulmina la consapevolezza di non averne mai saputo il vero nome.
    Gliela chiamavano sempre cosí:
    “La abuela”
    L’altra era la nonna Laura e invece se la ricordava bene: le sue coccole infantili e la barzelletta del fantasma formaggino; fino agli ultimi giorni in cui sembrava smarrita e spaventata, magra e grigia e lei era troppo piccola per capire.
    Poi al funerale vide il nonno che piangeva e non pensava proprio che un nonno potesse.
    L’altra no.
    Era quasi un sogno.
    Sapeva, per mezzi discorsi sentiti, che era apparsa dal nulla durante una solitaria caccia di Don Martin nei boschi e lí era rimasta in una casupola di caccia a ricevere le visite del maturo haciendero.
    Quando partorí lui riuscí a convincerla a abitare nel paese vicino.
    Tutti dicevano che era zingara, forse per causa dei lunghi capelli neri e lucidi e la selvatichezza dei modi anche se nessuno l’aveva mai vista tra quel popolo.
    Le rare volte che le faceva visita non era mai a casa e in genere guidati da sua madre si addentravano nella vicina boscaglia e dopo un po’ appariva.
    Una volta, avrá avuto tre o quattro anni, era su un prato assolato a giocare con mamma e papá: anche lei, la abuela, era lá e rideva divertita.
    Poi le pare di ricordare che s’era incamminata nel bosco con lei, ma forse era solo un sogno, la accompagnava per mano e le pareva che gli uccelli le cantassero canti che capiva e tutto pareva tremendamente vivido: i tronchi degli alberi, le felci e i funghi parevano felicitarsi com loro.
    E apparve allora sopra di un ceppo seduto con le gambe incrociate un vecchio di un settant’anni piccolo e tonico, completamente nudo con folti peli grigi a coprirgli il tronco e il pube.
    Rideva contento e scambiava amichevoli battute con la abuela in una lingua che non capiva.
    Poi l’anziano la guardó e com fare scherzoso le ammiccó mostrandole un flauto a canne che incominció a suonare.
    Era una strana melodia mai sentita prima ma al tempo stesso familiare, quasi capace di risvegliare ricordi relegati in remoti angoli della memoria tanto da sembrare assurdi brandelli di altre vite.


    AtiLeong ha scritto anche:




    • :dreaming :dreaming :dreaming
      :clap :clap :clap

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      • piranha
      • piranha

      • 7 agosto 2014 at 17:35

      i scuso se solo ora ho letto il suo scritto Sig @AtiLeong,ma sono stato preso dal lavoro e da altri avvenimenti che mi hanno impedito la lettura.Ora passerò al capitolo successivo.

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