• Zest
      • Zest

      • 5 gennaio 2015 at 12:58






      • Matt
      • Matt

      • 5 gennaio 2015 at 15:38

      Ho quasi tutti i suoi dischi e l’ho visto piu’ volte anche in concerto. Un grandissimo.
      Nel Luglio 1982 a causa di un brutto incidente in moto dovetti stare 40 giorni in ospedale, per fortuna era appena uscito il suo bellissimo album Bella ‘mbriana, lo ascoltavo con il walkman e mi diede enorme conforto.
      Suonava con grandissimi musicisti napoletani e internazionali (in Bella’mbriana ad esempio c’era Wayne Shorter dei Weather Report, un mostro sacro).
      Mi mancherà enormemente

      http://www.youtube.com/watch?v=GAacJ1IGUH0

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      • piranha
      • piranha

      • 5 gennaio 2015 at 17:26

      e si,sono sempre le persone che danno lustro a stò paese che se ne vanno,ma non era mejo qualche cariatide della politica da 40 mila al mese?Grande PINO.

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      • dionisio
      • dionisio

      • 5 gennaio 2015 at 17:37

      Caro @piranha dalle mie parti vige un detto ..: la gente trist’ manc’ Crist’ sa vo’ piglia’

      Grande Pino …. che bei ricordi in compagnia delle tue note.

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      • aurelius
      • aurelius

      • 5 gennaio 2015 at 17:46

      Ci sono rimasto malissimo. Ieri sera, dopo tanto tempo l’ho riascoltato dentro un locale, e cantavo…incredibile a volte le fatalita’ della vita!
      Stamattina ho visto la notizia. Mah…ci siamo nati e cresciuti, le canzoni a memoria, come dice Zest compagne di notti e di pensieri. Veramente non credevo, anche se stava male, e operato di cuore come Troisi, Massimo, suo grande amico. Ora si rincontrano e canteranno, e pazzieranno insieme.
      Ciao Pino, e come ti abbiamo scritto nel ’90 al 1 Concerto del Primo Maggio a P.za S.Giovanni, a Roma…” Colonna sonora della nostra vita!.

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      • dragodoro
      • dragodoro

      • 5 gennaio 2015 at 20:21

      Mi piace immaginarvi insieme…un tris di Re!
      Ciao Pino e…GRAZIE!

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      • CCSP
      • CCSP

      • 7 gennaio 2015 at 13:02

      Con Pino mi accadeva un fenomeno inspiegabile, dopo qualche minuto che stavo con lui mi veniva un accento un po’ napoletano. Sul serio, se ci passavo una giornata poi a fine cena mi ritrovavo a usare espressioni tipo “uè” o perfino “guagliò”. Era un influsso che lui aveva, pinodanielizzava l’atmosfera. Lo faceva con la musica ma se ci penso bene lo faceva proprio con tutto se stesso che era tutto un se stesso fatto solo di musica. Ho tante ore di “volo” a bordo dell’astronave PinoDaniele, decolli atterraggi vuoti d’aria turbolenze
      ma soprattutto ore di vita e di musica indimenticabili iniziate molto prima di conoscerlo.

      Pino Daniele è stato il mio primo concerto. A essere sinceri prima di lui c’era stato un “Giromike” con ospite la Rettore e un Gianni Morandi in piazza a Cortona, ma a quelli mi ci aveva portato la mia mamma, e comunque mi erano piaciuti. A vedere Pino al Palaeur di Roma invece ci andai io da solo, 1981, biglietto comprato in prevendita con soldi miei che avevo messo da parte. Che band strepitosa, io non ci capivo niente ma mi fecero sentire in una zona tra la festa e il pericolo, tra il sogno e la minaccia, tra la rabbia e la gioia, dove poi ho scoperto che avviene sempre la grande musica. Era una musica diversa, coraggiosa, libera, selvatica, intelligente e nuova e che mi era entrata dentro come qualcosa che non sai da dove arriva ma che ti porta via, pinodanielizza l’atmosfera.
      L’album Nero a Metà, un capolavoro assoluto di ogni tempo. Poi uscìVai mo’ che aveva questo titolo svelto, che mi faceva impazzire già a partire da lì. E c’era dentro Yes I know my way, la prima volta che pensai che un italiano poteva essere funky e arrabbaito senza perdere il sorriso.
      Passarono gli anni, io diventai Jovanotti, continuai ad essere un fan, lui era sempre il grande Pino Daniele, lo era sempre di più. Amato e riverito sia dagli stonati che dai musicisti virtuosi.
      Lo conobbi nel 1994, mi proposero di fare il tour con lui ed Eros. Non ci potevo credere.
      Pino Lorenzo Eros. Il manifesto lo fecero disegnare a me, col pennarello tracciai un sole addosso ad un palazzo, era il mio modo per immaginare la mappa di un’esperienza che mi avrebbe cambiato la vita, dividere il palco negli stadi con due grandi della musica italiana, diversissimi ma uniti da quella volontà di far filtrare il sole attraverso il cemento armato.
      Eros lo conoscevo già da prima perchè avevamo lo stesso agente. Con Pino legammo tanto, mi voleva bene e io mi sentivo un prescelto a poter essere in confidenza con quel grande artista che mi sembrava fatto di musica, pensava solo alla musica, zero menate, la musica al centro di ogni cosa. Mi regalò la sua amicizia sanguigna e fraterna. Pino era simpatico e ti faceva piegare dalle risate, quando voleva, i suoi racconti sono letteratura blues e commedia dell’arte, belli come certe sue canzoni, e divertenti come i film di Totò, che per lui era un dio. Tante emozioni oggi, troppe tutte insieme.
      Conservo il ricordo della giornata di Napoli, allo stadio San Paolo, 13 giugno 1994. Era il suo ritorno a Napoli dopo tanti anni senza esibirsi nella sua città, e io e “Ramazza” (è così che gli amici chiamano Eros) lo avremmo accompagnato in quella che per lui e per i napoletani era la cosa più importante del mondo. Inoltre da pochi giorni era morto Massimo Troisi e la cosa aveva caricato quella giornata di un’emozione ancora più forte e aveva avvolto Pino in una nuvola di pensieri che rimanevano tra se e se. Pino era agitato, silenzioso, ogni tanto sdrammatizzava con una battuta ma quel concerto per lui era molto più di un concerto. La città era in attesa, i biglietti introvabili, nessuno a Napoli sapeva dove alloggiava Pino, e si temeva che se fosse entrato anche con un blindato nello stadio ci sarebbero stati dei rischi di ordine pubblico là fuori, per il troppo amore dei fans . Così lui entrò nello stadio all’alba, mentre la città dormiva ancora, arrivando da Roma, e rimase in camerino per tutta la giornata senza che nessuno lo venisse a sapere, tranne noi e pochi intimi. Quel giorno ero uno dei tre ammessi nel suo camerino e parlammo di tutto meno che di quello che stava per succedere. Come sempre Pino sdrammatizzava, lo ha sempre fatto quando si trattava di avere a che fare con il mito che era diventato. Quando uscimmo sul palco ce l’avevo accanto e guardando lo stadio assistetti alla più grande dimostrazione di amore di un popolo verso un artista che lo rappresenta, qualcosa di veramente storico, mai vista prima e mai più vista una cosa del genere. Una cosa che non dimenticherò mai. Quella Napoli si riconosceva in Pino Daniele, l’artista che aveva saputo valorizzarla non attraverso le sue maschere ma partendo dalla realtà e dalla poesia, l’uomo che l’aveva liberata dagli stereotipi, che l’aveva portata nella modernità senza perderci in cultura e in umanità. Pino Daniele è per Napoli quello che Bob Marley è per la Jamaica, ma siccome i napoletani sono napoletani e Napoli è Napoli, tutto è amplificato, tutto è più grande più complesso più rumoroso più infuocato più indescrivibile a parole.
      Dopo quel concerto siamo diventati veramente amici, avevamo condiviso un pezzo di storia, anche se quel giorno a scriverla era stato, chiaramente, soprattutto lui. Continuammo a frequentarci e a fare musica. E a ridere di tutto, ogni volta che incontravamo.
      In quel periodo sia lui che io ci eravamo fidanzati da poco ed eravamo già molto innamorati delle nostre giovani ragazze e dopo quel tour condividemmo il tempo in cui dall’essere una coppia si diventa una famiglia, quella cosa ci unì parecchio.
      Qualche mese prima aveva avuto un infarto e doveva stare attento e riguardarsi, e siccome io non sono un tipo dedito agli stravizi ero una frequentazione che lo prendeva bene, con me si poteva rilassare senza tentazioni pericolose per le coronarie. Insieme si faceva soprattutto musica, si parlava di musica, si ascoltava musica, si progettava musica. Io ero quasi all’inizio, lui era in un nuovo inizio, incuriosito dalle nuove sonorità dei computers, dalle possibilità del pop, voleva scrivere usando un po’ meno il napoletano e me ne parlava, era desideroso di essere trasmesso di più anche dalle radio del nord Italia, per arrivare a più gente, per rompere altre barriere, per fare a pezzi altri pregiudizi, i tempi stavano cambiando e la sua vocazione è sempre stata quella di fare cose nuove con gente nuova, di non rimanere attaccato alle cose che lo avevano reso celebre. Lui che aveva passato un ventennio a studiare giri armonici audaci adesso era presissimo dal rap , un genere che di accordi quando ne usa due in una canzone è già troppo.
      Che musicista incredibile che è stato Pino. Aveva i denti grandi, da uomo di Neandertal, e un fisico possente quasi da neonato gigante, con il torace da buttafuori segnato da una cicatrice proprio in mezzo, incline alle belle mangiate specialmente quando la parola “fritto” accompagna la descrizione della pietanza, ma con la chitarra sapeva essere di una leggerezza che io ho visto solo nelle farfalle. Per lui era IMPOSSIBILE, credetemi, IMPOSSIBILE, produrre una sequenza di note che non fosse bellissima, quando si metteva lì a improvvisare. Studiava sempre la chitarra, non ha mai smesso di studiarla, di accarezzarla, di farci ballare le sue dita sulle punte o di prenderla a pugni. Quando aveva la chitarra in braccio si completava una figura che non lasciava entrare dentro nient’altro, un equilibrio cosmico, il simbolo di una croce, non sto esagerando, senza la sua chitarra in braccio Pino era incompleto. E di quel suo falsetto naturale che usciva da quelle grandi ossa, ne vogliamo parlare? E i testi di moltissime sue canzoni? non so, mi viene in mente “putesse essere allero’” . Su quella canzone ci ho imparato un po’ di napoletano ma anche cosa può fare l’arte poetica nella cultura popolare. “Putesse essere allero e m’alluccano
      dint’e recchie
      e je me sento viecchio
      putesse essere allero cu mia figlia mbraccio che me tocca ‘a faccia e nun me’ fa guardà”
      Nonostante fossimo diventati amici io nemmeno per un secondo sono riuscito a mettere da parte del tutto la mia devozione al suo talento, che mi condizionava sempre, c’è sempre stata una parte di me che quando eravamo insieme mi diceva “ue guagió, chist’è Pino Daniel’… te rendi conto co’cchì stai a pazziá?”
      La sua musica quando ero al liceo mi ha liberato e illuminato, e da grande la sua amicizia mi ha fatto diventare un musicista, mi ha fatto credere nelle mie potenzialità e nella possibilità di migliorarmi.
      Era da un po’ di tempo che non ci sentivamo, a settembre scorso mi aveva chiesto di essere tra i suoi ospiti all’arena di Verona ma io ero lontanissimo e non ci siamo potuti organizzare. L’altra notte a capodanno ho acceso la TV e l’ho visto su Rai Uno che cantava e ho pensato che avrei voluto chiamarlo e che l’avrei fatto nei prossimi giorni, ciao Pì come stai? e vediamoci una volta! è troppo che non ci facciamo una chiacchierata! Poi stamattina mi sono svegliato e ho trovato un sms di Ramazza che mi diceva “è morto Pino fratè, sono sconvolto”.

      Pino Daniele è stato un artista enorme, un vero gigante, e il tempo non farà altro che consolidare questa sua immensa importanza per la musica e per la cultura dei nostro paese. Napoli perde il suo figlio musicista più grande del dopoguerra, senza nessun dubbio, e uno dei più grandi di tutti i tempi, ne sono del tutto sicuro.
      LORENZO CHERUBINI JOVANOTTI

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      • luporosso
      • luporosso

      • 7 gennaio 2015 at 17:07

      Con rispetto, ammirazione ed umiltá, ecco qualche modestissimo verso nella bellissima lingua napoletana, dedicato a uno dei piú grandi artisti italiani di tutti i tempi.
      Ai campani che leggano queste modeste rime chiedo anticipatamente scusa se c’é qualche strafalcione…

      A’ PÍ
      Chesta sera ‘a mia chitarra
      nùn ne vó sapé
      C’hàj lassàt sulè,
      ma pècché ?
      Stasèr ‘stà chitàrr scivòl ncopp’o’ bluès
      ‘stà lunà é fattà ‘e fummo, comme dicevì tù,
      ma nun ce sta nisciùn ca’ ‘vvùó fùmá mètá:
      j sulò e’nfreddolìt rimàng a ‘ttè càntá.
      A’ Pí, o’ so,’ò so,
      t’hànn chiammat pé ssuná:
      Miles, Mùddy, Robbèrt Johnson
      ‘tte stavàn a aspèttá…
      Je passo ‘pé sta vità a ccauce e a mmuorze,
      pigliànno spessò assi pé figure…
      Cammino có a carròzz o scarpariello;
      vaco a stocco e tuorno a baccalá!
      Vurria assiccà o mare có ‘a cucciulella
      ma song’ n’ uòsso tuost’ a scurtècá.
      Pèró stanotte a’ voce mia si trema
      sàrá l’effètt dell’umidìtá:
      l’uòcch me s’annebbiano chian chiano
      sará ‘o fummo, che nun me fa guardá…
      “E ssone mó, ssone mó, ssone mó
      ‘ppe cchi non canta ‘cchiú…
      Ssone mó, ssone mó, ssone mó
      e ssone pure tu…”

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    • Essì CaVo @luporosso, ci mancherebbe solo che tra le 75 lingue che parli ci mettessimo a rinfacciarti qualche errore di traduzione con il napoletano… :meh
      Bellissimi versi, come al solito. :dreaming

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      • dragodoro
      • dragodoro

      • 8 gennaio 2015 at 6:16

      luporosso:
      Con rispetto, ammirazione ed umiltá, ecco qualche modestissimo verso nella bellissima lingua napoletana, dedicato a uno dei piú grandi artisti italiani di tutti i tempi.
      Ai campani che leggano queste modeste rime chiedo anticipatamente scusa se c’é qualche strafalcione…

      A’ PÍ
      Chesta sera ‘a mia chitarra
      nùn ne vó sapé
      C’hàj lassàt sulè,
      ma pècché ?
      Stasèr ‘stà chitàrr scivòl ncopp’o’ bluès
      ‘stà lunà é fattà ‘e fummo, comme dicevì tù,
      ma nun ce sta nisciùn ca’ ‘vvùó fùmá mètá:
      j sulò e’nfreddolìt rimàng a ‘ttè càntá.
      A’ Pí, o’ so,’ò so,
      t’hànn chiammat pé ssuná:
      Miles, Mùddy, Robbèrt Johnson
      ‘tte stavàn a aspèttá…
      Je passo ‘pé sta vità a ccauce e a mmuorze,
      pigliànno spessò assi pé figure…
      Cammino có a carròzz o scarpariello;
      vaco a stocco e tuorno a baccalá!
      Vurria assiccà o mare có ‘a cucciulella
      ma song’ n’ uòsso tuost’ a scurtècá.
      Pèró stanotte a’ voce mia si trema
      sàrá l’effètt dell’umidìtá:
      l’uòcch me s’annebbiano chian chiano
      sará ‘o fummo, che nun me fa guardá…
      “E ssone mó, ssone mó, ssone mó
      ‘ppe cchi non canta ‘cchiú…
      Ssone mó, ssone mó, ssone mó
      e ssone pure tu…”

      :dreaming :dreaming :dreaming :clap :clap :clap @luporosso e anche un grande abbraccio :heyhey

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      • luporosso
      • luporosso

      • 9 gennaio 2015 at 16:00

      Grazie @LittleTruths e @dragodoro , decano dei Pirati.

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      • Stenka
      • Stenka

      • 13 gennaio 2015 at 10:04

      Dicessi che mi Pino mi fosse simpaticissimo direi una balla. Questo però non mi esime dall’inchinarmi di fronte ad un grande Talento ed ad un Artista con i controcazzi come raramente se ne vedono e sentono. Gli va comunque riconosciuta anche quella “Napoletanità” verace e sincera propria di Artisti come Eduardo, Troisi e pochi altri Grandi del firmamento partenopeo. RIP Pino e ti sia lieve la terra.
      P.S. Un :youdaman :clap anche ai “nostri” Artisti @Dragodoro e @Luporosso. Che “stoffa”!!

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