• La DOTTORESSA DELLA CASERMA DEGLI ALPINI- parte 4ª- digressione ( lunga) nel passato

    Il nonno era un giovane geometra diplomato che reduce dalla campagna di Russia cercava di migliorare il proprio status economico negli anni della ricostruzione del dopoguerra.
    Quando la ditta per la quale lavorava gli propose un vantaggiosissimo avanzo di carriera accettando un incarico in Argentina, vinte le resistenze della giovane sposa, trasferí tutta la famiglia a Buenos Aires.
    Ci rimase piú di vent’anni.
    Cosí Giorgio, il figlio, crebbe argentino e ebbe un vero shock quando il padre decise di abbandonare il nuovo mondo per ritirarsi in un podere nelle natie langhe.
    Mandato a studiare ingegnieria a Genova, continuava a sentirsi un latinoamericano; un estate, finiti i mondiali del 1978, con dei capelli alla Alberto Tarantini una due cavalli, due amici e ovviamente chitarra decise di avventurarsi in Spagna. Seguendo sempre i cliché dell’epoca in qualche spiaggia della costa del sol, di notte col faló, le canne e schitarrate varie conobbe una andalusa magra, lunghe chiome corvine e occhi da vampira: prima dell’ alba aveva giá assaggiato quella bocca che sapeva di sigarette e caffé.
    Era la figlia illegittima di un potente latifondista che viveva mantenuta “segretamente” con la madre emarginate dalla gentucola bigotta di una polverosa cittadina di provincia. Quasi obbligata all’anticonformismo, coll’adolescenza e la morte di Franco conobbe lo stile di vita hippy ed é cosí che con neanche vent’anni girovagando con un gruppetto incroció questo strano italiano che parlava spagnolo con l’accento argentino e una cascata di riccioli castani che quasi nascondevano occhi intelligenti, disincantati e ironici.
    La torrida estate finí e tra qualche scroscio di pioggia che inondava il parabrezza della due cavalli vanificando gli sforzi del rachitico tergicristalli, sul ciglio di una statale con lo sfondo di qualche pino dei contrafforti dei Pirenei i due si scambiarono indirizzi e vaghe ipotesi di riincontro: poi ognuno seguí il suo cammino.
    Lui verso Genova e un grosso esame da preparare per Ottobre, perché a parte la posa da svaccato era studente coscenzioso e lei verso Madrid per nonsoquale incontro dove peraltro avrebbe rivisto Carlos col quale aveva litigato e che aveva passato l’estate pare in Francia.
    Giorgio invece di donne in Italia non ne aveva, le snobbava, voleva laurearsi e filare via in Messico o in Perú in mezzo agli Indios.
    Ma un pomeriggio schifoso di fine ottobre, aveva giá passato quell’esame con un secco 28, fuori pioveva senza tregua e faceva freddo nel lurido appartamento che condivideva con alcuni colleghi.
    Era solo in casa e studiacchiava ascoltando una cassetta malregistrata di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd.
    A onor del vero, all’andalusa non ci pensava proprio piú.
    Ogni tanto si faceva una tale Antonella, che aveva pure due belle tette e ci sapeva fare a letto ma che non sopportava quando parlava, come e quello che diceva.
    Lei si dichiarava “la sua ragazza” e lui la smentiva blandamente, cossicché non era preso sul serio.
    Quando sentí suonare il campanello andó ad aprire la porta mezzo distratto, che lí in casa c’era gente che andava e veniva continuamente: aveva i capelli un po’ piú corti e la barba un po’ piú lunga, portava una tuta da ginnastica blu di quelle classiche con la riga bianca lungo le maniche e ciabatte stile casa di riposo che coprivano lisi calzettoni di lana con disegno scozzese.
    Fu cosí che accolse una sagoma sepolta in un eskimo col cappuccio da cui cercava ancora di liberarsi e subito dietro una tipa con un ombrello in mano con un largo faccione vagamente acneico che lo guardava sorridendo coi suoi occhi stupidi verdeacqua.
    Finalmente da sotto il cappuccio sbucarono le ciocche corvine da zingara e l’inconfondibile profilo della sua Spagnola.
    Perché fosse venuta, cosa ne fosse di Carlos, non glielo chiese mai.
    Mezz’ora dopo si stavano rotolando nel suo letto, che non faceva da giorni, tra qualche briciola del panino alla mortadella che aveva mangiato il giorno prima. L’amica Mari in sala a guardare Genova attraverso i vetri bagnati o studiare la collezione di cassette registrate sparpagliate per la casa, ma sempre col sorriso ebete sulle labbra.
    Si svegliarono che era giá buio, dal vociare della sala capirono che l’amica aveva familiarizzato con i compagni d’appartamento tentando capirsi in una lingua pseudo castigliana che l’Italico improvvisa all’occorrenza. Uno poi, Roberto, era particolarmente eccitato. Cosa ci trovasse in quella tipa non si capiva proprio, forse solo il fascino dell’esotico. Lei comunque rideva giuliva al centro dell’attenzione di due maschi, cosa che non doveva ricevere tanto spesso.
    Le due si installarono nell’appartamento creando un clima festivo, cucinavano cibi tipici e attraevano amici e conoscenti curiosi di conoscere le spagnole in serate piene di vino e fumo. L’accoppiamento dell’amica Mari con Roberto lo irritava inspiegabilmente. li trovava idioti, superficiali.
    Ma con la loro vacuitá si diluivano innoqui nell’insieme che costituiva l’allegra congrega di quell’autunno.
    Le feste natalizie irruppero brutali a interrompere questa atmosfera, gli studenti fuori sede tornano a casa, anche Giorgio non se la sente di disertare questo rito.
    Aveva vissuto sulle nuvole, giorno dopo giorno, senza dover prendere nessuna decisione. Ai genitori non aveva detto niente di lei. Non voleva sottoporla al natale familiare e conformista nel bel rustico in provinicia di Alessandria, non gli andava peró di lasciarla da sola ma non riusciva a parlarle del suo dilemma per decidere assieme.
    Aveva una specie di paura di perderla.
    Prese infine il treno il 19 dicembre da solo con un senso di cupa oppressione al petto che non conosceva.
    Lei rimaneva lá, ma temeva evaporasse lontano durante la sua assenza.
    Passó giorni cupi, mangiava poco e tutti i parenti, mamma in testa, preoccupati formuavano ipotesi che lo chiudevano vieppiú in un ostinato mutismo.
    Il 26 pomeriggio lo passó in casa dello Zio trascinato mezzo a forza a giocare a monopoli con un manipolo di cugini con cui non aveva niente da dire, che sentiva lontani anni luce da lui, accomunato a loro solo dalla passione per il calcio e il Milan. Si era sorpreso a scambiare occhiate con una contadinella, fidanzata di un suo cugino, che trovava incredibilmente attraente malgrado avesse tutti i denti marci. “Sono pazzo” pensó epperó rise di se nel breve tragitto verso casa a piedi in una campagna recentemente urbanizzata da villette benestanti. Il freddo buio era macchiato e riscaldato dalle luci di alberi di natale e dai vari festoni natalizi sulle porte e finestre delle case. Quando la luce calda e l’odore di arance della casa paterna lo accolse si accorse che per la prima volta un po’ rilassato da quando era arrivato li per le ferie di natale.
    Entró in cucina e sbocconcelló un pezzo di panettone, sua madre sul piano cottura gli dava le spalle e stava tagliando qualcosa, disse all’improvviso “Ha telefonato una ragazza, parlava in spagnolo, ha detto che richiama piú tardi”.
    All’improvviso piombó nel panico.
    Si fece decine di idee diverse su cosa avesse da dire, quasi tutte avevano come esito che non l’avrebbe trovata al suo ritorno a Genova.
    Non cenó, adducendo eccessi alimentari nella casa dello zio e si infiló nella sua stanza a rovellarsi e aspettare lo squillo del telefono.
    La casa era silenziosa, si sentiva solo la televisione in lontananza, spari e galoppate di un western, ogni tanto si appellava al Che Guevara sul poster appeso al muro ma quello fumava un sigaro e guardava lontano.
    I minuti e le ore passarono lenti, cercó di leggere qualcosa ma non riusciva a concentrarsi in niente.
    Poi improvviso come una frustata uno squillo di telefono e giá sta volando verso l’apparecchio, un altro squillo, sente passi pigri ciabattosi a avviarsi all’apparecchio, ma lui é gia lá: “SÌ?”
    Rumore di sottofondo da telefono pubblico di bar e la voce di lei, convenevolosa ma anche preoccupata, forse fredda.
    Lui si sforza di essere normale.
    Sente che mette altri gettoni e poi all’improvviso confessa che ha un “ritardo”.
    Aveva pensato a di tutto peró non a questo.


    AtiLeong ha scritto anche:



      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 6 luglio 2014 at 19:23

      Tutto ció che avvenne poi nei mesi che si seguirono, veloci, con logica quasi meccanica, li visse quasi da spettatore di se stesso mentre studiava alacremente per gli ultimi esami, introduceva al piccolo mondo dei genitori la giovane donna che manifestava i primi segni evidenti di gravidanza, faceva quasi senza rendersene conto tutto ció che andava fatto. La nascita, la laurea, il matrimonio e il lavoro a Malaga travolsero senza dargli tempo di pensare la sua vita di studente.
      Solo la sera del 5 luglio del 1982 dopo l’assurda vittoria dell’Italia sul Brasile appoggiato al davanzale della terrazza di casa finalmente si fermó: stava guardando l’imbrunire, il traffico che scorreva sotto e qualche spicchio di mare tra i palazzi davanti quando piccoli passi ormai familiari si avvicinarono a lui obbligandolo a girarsi verso il cucciolo di razza umana sua figlia di un 2 anni e mezzo che lo guardavano ammirata, adorante: fu travolto dal rimorso, dalla coscienza di non meritare tutto ció. Era stato fino a allora il marito di sua madre, perché di essere un papá non era preparato per niente. In una patetica onda di emotivitá la prese in braccio, stringendola e pianse.
      Quando arrivó il primo giorno di scuola, la 1ª elementare, ci tenne a portarla lui: rimase lá a guardarla in mezzo agli altri bambini.
      Era una bambina tranquilla e studentessa impeccabile, poche amiche qualche libro e bambola, non dava problemi di sorta, c’aveva giá quell’espressione assorta, misteriosa e come stupita al tempo stesso da madonna quattrocentesca.
      Il nonno in Italia, rimasto vedovo, aspettava tutte le occasioni per stare un po’ con lei. Le raccontava delle sue avventure nella ritirata di Russia, la accompagnava in interminabili passeggiate montane su per sentieri alpini d’estate per le vacanze.
      Diventó un’adolescente sempre poco problematica, semmai un po’ malinconica, circondata da un ambiente familiare discreto comprensivo e disponibile.
      Aveva parecchio successo con i colleghi ma pareva neanche vederli.
      Era quasi sempre la prima della classe.
      Ebbe una passione segreta per un professore di storia sui 35 barba mal fatta e occhiali tondi, ma non andó oltre qualche timida occhiata che le fecero capire che sarebbe anche stata corrisposta. Naturalmente non accadde nulla. Una volta, un pomeriggio di primavera, passava (casualmente?) sotto casa di lui e lo vide uscire abbracciato e sorridente alla moglie, una mulattona che a lei parve splendida che spingeva una carrozzella con un bimbetto di un anno che fu l’unico dei tre a vederla e dirigergli un gran sorriso.
      Quell’estate poi si imbatté in lui, stavolta davvero casualmente, in un centro commerciale; era solo e si dimostró subito disponibile a prolungare i convenevoli sicché finirono seduti al tavolino di un bar. Pensava di dover essere nervosissima ma si sorprese di non esserlo per niente, forse nervoso era lui, in genere cosí cool durante le lezioni adesso parlava e parlava e evitava il piú possibile di guardarla: chiedeva di lei ma finiva per parlare di se. Le riveló che in realtá voleva studiare medicina ma che invigliacchito dalla difficoltá del corso e mal consigliato aveva prudentemente ripiegato sulla storia.
      Aveva viaggiato tanto, innamorato di Cuba, si era sposato due anni prima con una donna dell’Avana.
      Quando si salutarono si rese conto che non era piú innamorata di quello strano tipo, fragile e timido che non aveva avuto il coraggio di farle le avances che avrebbe voluto. Le faceva solo tenerezza, e questo la faceva sentire grande e matura per la prima volta nella sua vita a 16 anni.
      Qualche sera dopo, rimasta a casa da sola per la prima volta, i suoi erano andati per qualche giorno in Portogallo a visitare degli amici e lei, in genere docile, si era fermamente rifiutata di accompagnarli, stava assaporando la libertá della solitudine. Il pomeriggio l’aveva passato in piscina con Rafaela, la sua migliore amica, si erano cucinate allegramente qualcosa in casa poi aveva accampato scuse del tipo “mi devo lavare i capelli” per non uscire con una compagnia di amici, perlopiú maschi, che trovava insulsi e noiosi, vinte le insistenze dell’amica, questa infine a malincuore si era avviata da sola all’incontro.
      I capelli se li lavó davvero e poi maglietta, mutande e ascuigamano in testa si stese in divano a guardare la televisione, finí per vedere un film il cui protagonista era un giovane medico europeo che in un paese africano sconvolto dalle guerre intestine fomentate dagli interessi economici neocolonialisti veniva coinvolto nel conflitto e finiva per morire eroicamente per essersi ribellato alla logica perversa che brutalizzava le sventurate genti di quella terra.
      Alla fine del film ebbe chiaramente l’idea, mai balenata prima, che si sarebbe inscritta a medicina.
      Arrivó a Siviglia, per sistemarvisi, in macchina con suo padre un fine agosto che faceva un caldo tremendo. Il giorno dopo trovó casa: una stanza in un microscopico appartamento da dividere con un’altra studentessa sempre di mendicina, di un paio d’anni piú vecchia, Claudia, una valchiria bionda alta e sfrontata ma da subito amichevole e accogliente con la nuova compagna di casa.
      Qualche settimana dopo arrivó sola nella grande aula dove si ammassavano gli studenti del 1ºanno, brusio, facce sole e spaesate, altre spavalde in piccoli gruppi:
      lei apparteneva al primo gruppo.
      La prima ora apparve a dar lezione un borioso e tronfio professorone col pizzetto che ci tenne soprattutto a spaventarli e insolentirli.
      Quando se ne andó, dal preoccupato silenzio si alzo violento un vociare di proteste, braccia mulinavano minacce e mani diti medi all’indirizzo della porta chiusa da dove era sparito il professor Garcia Alvarez, altri sghignazzavano irridenti.
      Si stava chiedendo dove cazzo fosse finita quando vide due enormi occhi verdi che la guardavano sorridendo, anche lui era solo ma sembrava non importagliene. Pareva rilassatissimo in compagnia solo di una penna e un magrissimo blocco per appunti davanti a se.
      Juan Ramon era di fatto un bellone. Sarebbe potuto essere un modello: aveva charme, si vestiva impeccabilmente, un sorriso sensuale un corpo abbronzato e sculturale.
      Lei ormai 18 anni, viveva sola, lontana da casa e non aveva un ragazzo, in veritá non l’aveva mai avuto né voluto ma adesso…..
      Era perfetto: galante, aperto ma misterioso, mai invadente ma puntuale, presente quando lei abbisognava; di se parlava lo stretto necessario e al contrario ruisciva a farla parlare. In poche settimane fu completamente in sua balia. Una sera d’inverno, infine, la possedette con dolcezza e maestria quasi professionale: accadde nella strana casa di lui, grande e trascurata, piena di vecchi mobili costosi e di classe ma chiaramente decadenti e fuori moda, completamente dissonanti col suo sofisticato abitante, che infatti piú che abitarla pareva occuparla, come si trovasse lí per caso benché fosse di sua proprietá. Orfano di genitori ricchi viveva di varie rendite ed era crescuito coi nonni a Cadice.
      Al corso di medicina pareva un pesce fuor d’acqua: frequentava le lezioni assiduamente ma prendeva pochissimi appunti e aveva un aria assente, si animava solo agli intervalli per sbaciucchiala e abbracciarla. Oltretutto pareva non studiare mai.
      Ma era il suo adamantino eroe, probabilmente studiava la notte, quando lei dormiva.
      Alfine, alla prima sessione di esami, mentre lei li superava tutti di slancio, lui accampando scuse e illustrando personalissimi e concettuatissimi piani di studio non si presentó a nessuno. La ragazza gli credette anche se in fondo iniziava ad avere dubbi sulla vocazione accademica di questo affascinante giovane. In fondo poco importava, con lei era impeccabile.
      Un pomeriggio caldo di fine aprile, non c’era lezione il dopopranzo, andarono nell’appartamento di lui e si erano avvinti, nudi, in un trance sessuale, in un lungo amplesso: travolta dalla furia erotica lei alfine sfinita e placata si arrotoló nel lenzuolo e si addormentó profondamente.
      Si destó mezzo all’improvviso e lo vide sveglio, steso placidamente al suo lato, nudo col grande pene adagiato ostensivamente sul ventre. Non si accorse che lei s’era svegliata, stava guardando una videocassetta nel grande televisore davanti al letto che col vicino videoregistratore erano le uniche cose che erano in sintonia con lui nella casa.
      Era un film spagnolo di fantascenza, erotico e velleitario: uno stile sospeso tra Michelangelo Antonioni e Ed Wood; c’erano alieni grossi e brutti, tipo Klingoniani di Star Trek, con nomi che parevano di lassativi, che legavano e seviziavano giovani e avvenenti terrestri nude dentro astronavi o cupe grotte tecnologiche.
      Le tipe lanciavano gridolini idioti, che quasi pareva gli facesse piacere essere rapite e torturate con improbabili ventose strizzacapezzoli e altre amenitá simili.
      Uno di quei gridolini, un po’ piú forte, doveva averla strappata al sonno.
      Rimase silenziosa con gli occhi aperti a guardare un po’ il film, “uma cagata pazzesca”, e il ragazzo al suo lato che bel bello lo guardava intento: nello sguardo non v’era cenno di ironia e sprezzante compassione che un simile goffo tentativo artistico avrebbe meritato.
      Non se ne rese nemmeno ben conto, ma era delusa. Steso lí orgogliosamente nudo come le attricette del film, per un attimo lo vide vuoto e cretino come lo spettacolo che si stava godendo.
      Era comunque troppo innamorata per lasciarsi trascinare da tali momenti di perplessitá.
      I mesi passarono e l’autunno seguente mentre lei iniziava il secondo anno di corso, quasi previsibilmente lui non si inscrisse nemmeno: diede spiegazioni insensate che lei accolse amaramente anche perché di fatto, inizió ufficialmente a non fare niente; varie volte la aspettava a casa e le preparava da mangiare quando tornava stanca dalle lezioni, a volte spariva incomprensibilmente per alcuni giorni e si giustificava in varie maniere.
      Un tardo pomeriggio, stanca di studiare, quel giorno non l’aveva visto, decise di andare a casa di lui di sorpresa, cosa che non aveva mai fatto (era sempre lui a apparire).
      Quando salí la ampia e scura rampa di scale del vecchio stabile dove abitava uno strano disagio la assalí, un cane da qualche parte abbaiava insistentemente e le parve minacciarla e respingerla lontano da lí. Avanzó comunque fino al 2º piano e premette, mezzo ansiosa, l’indice contro l’antidiluviano campanello.
      Passarono un 20-30 silenziosisimi secondi prima che sentisse dei passi avviarsi all’uscio. Anche il cane s’era acquietato.
      Le aprí la porta con sguardo spento e assente, quasi pareva neanche riconoscerla. La salutó a fatica, senza nessun calore. “è malato” volle convincersi. Lo vide avviarsi senza dirle niente verso la camera. Imbarazzata cercó di guadagnare tempo andando in bagno. Irreali e orrendi quivi vide un cucchiaino sporco scivolato dentro al lavabo, un accendino e una siringa usata appoggiati di fianco ai vecchi, scrostati ma robusti rubinetti.
      Ci mise piú di qualche istante a capire la situazione poi, d’istinto, fuggí via, trattenendo a stento le lacrime per le vie della cittá divenute d’improvviso opache, estranee e quasi ostili. Ando dritta a letto.
      L’indomani col cuore di pietra andó ad assistere ligia alle lezioni.
      All’uscita, eccolo lí, splendido e immerso in una nube di rose rosse ad aspettarla come l’innamorato piú innamorato della terra. Vide le occhiate e sentí i comenti ironici dei colleghi e l’invidia malcelata di alcune colleghe. Impacciata si allontanó con lui da sguardi indiscreti. Ore e ore di scuse, spiegazioni e promesse seduti su una panchina: quando sentí i piedi gelidi e lo stomaco a reclamare cibo seppe che avrebbe lottato e vinto.
      Lo marcó stretto, divenne mamma, sorella e signora assoluta della sua vita: lui, docile docile la lasció fare. Non si fece piú. Divenne una specie di casalinga: puliva, faceva letti,bucato, spesa e cucinava (peraltro piuttosto bene) nell’appartamentino delle due occupatissime studentesse, ovviamente entusiaste dell’affascinante colf che potevano esibire compiaciute alle invidiosissime colleghe e amiche.
      Tornava pochissimo nella sua grande casa.
      Lei avrebbe voluto che riprendesse a studiare qualcosa o si trovasse un occupazione ma troppo presa dai suoi esami e in fondo accomodata ad avercelo sempre non si sforzó piú di tanto per spingerlo in questa direzione.
      Passó il terzo anno, incominció il quarto in questa comoda routine.
      Si sentiva contenta e sicura di se: studentessa di successo, tra i migliori del corso; amata da genitori che le davano libertá e sicurezza e da un giovane bello, senza problemi economici nonché amatore implacabile.
      Vero é peró che professori e i colleghi di facoltá erano perlopiú ben piú gretti e meschini di quello che avrebbe sperato e li disprezzava dall’alto dei suoi bei voti e degli elogi che riceveva, dalla facilitá che otteneva quel che voleva non solo per essere una studentessa brillante come voleva pensare, sforzandosi miopemente di ignorare la cupidigia con cui molti professori e assistenti la ammiravano e assecondavano.
      Il quarto anno volgeva al termine, aveva una serie di frequentazioni “pratiche”, sciami di studenti svolazzavano orgogliosi dell’immacolato camice di reparto in reparto.
      Un giorno, nel calore di un luminoso inizio di giugno lo sciame aspettó venti minuti invano il dottore che doveva organizzare le attivitá di reparto di quel pomeriggio.
      Cosí sotto il fiero sole dell’ una del pomeriggio si avvió con 2 ore buone di anticipo verso casa.
      Il mondo attorno rideva, riconobbe la macchina di lui parcheggiata a pochi passi dal portone, salí la rampa di scale e aprí lieta la porta dell’apparamento al 1º piano che la accolse luminoso ma fresco e squarciato solo dal rumore del traffico sottostante per via della finestra aperta in cucuna. Non c’era traccia di umana presenza. In cucina piatti e stoviglie sporche di un pasto recentemente consumato erano approssimativamente accatastate a bordo del lavello.
      Si giró verso le due piccole stanze da letto e udí un rumore sordo proveniente dalla stanza di Claudia, instintivamente diresse lo sguardo in quella direzione. Attraverso la porta semiaperta sorprese, con imbarazzo, la collega completamente nuda cavalcando un uomo steso dietro di lei che le afferrava avido i grandi e sodi seni bianchi protendendo le braccia mentre la penetrava. Non riuscí fare a meno di fissarle un istante il volto stravolto in una smorfia di estasi orgasmica, poi con orrore riconobbe le gambe pelose e le mani di lui. Annebbiata indietreggió, si sbilanció e sbatté contro un inutile mobiletto facendo cadere una statuina. Il rumore li fece accorgersi di lei. Incredibilmente non parvero sorpresi, contriti, spaventati: no, le accennarono silenziosi uno sguardo complice e invitante. Si alzarono e caldi e sorridenti si diressero verso di lei. Non sembravano farci caso che si fosse accasciata in lacrime appoggiata allo stupido mobiletto finto roccoccó da mercatone del mobile e che avesse fatto cadere e rotto il cicisbeo settecentesco di ceramica che la padrona di casa aveva lasciato come decorazione e che, battezzato Maurice, non era stato mai rimosso da lí.
      Le si fecero attorno e la consolarono con carezze sui capelli e baci al viso come fosse un cucciolo smarrito: lui con sempre l’enorme pene turgido e livido, lei sfiorandola incurante con i capezzoli. Li guardava come fossero due mostri sconosciuti di un altro pianeta, paralizzata in stato semi stuporoso. Come in un sogno o incubo li sentí sollevarla e trasportarla sul letto dove, in un crescendo di orrore e assurdo, cominciarono e palparla lascivamente sui seni quindi al ventre e tra le gambe mentre le sbottonavano con mani sapienti la camicetta, le sfilavano i jeans con grazia soave. Qualche ansiosa rudezza la lasció trasparire Claudia nel liberarle le tette dal reggiseno per affondarvi voracemente la bocca e succhiarle, leccarle e mordicchiarle i bruni capezzoli. Percepiva il suo corpo come una massa inerte e insensibile, un trancio di carne da maccellaio quando abbrancandole le natiche lui le strappó infine le caste mutande bianche con disegnati tanti innocenti cuoricini rossi. Poco dopo la penetrava lasciandole solo una vaga sensazione di laido sudiciume, sporcizia.
      Affiatati complici, senza dirsi una parola, poco dopo si scambiarono posizione. Lui cercava di infilarle il fallo in bocca, glielo strofinava sul viso e sui seni in quanto lei le infilava ritmicamente la lingua nella vagina dando occasionali linguate al clitoride. Alfine lui si masturbó rapidamente e il caldo seme le bagnó le labbra e scivoló tra i neri capelli setosi.
      Avrebbe voluto svenire, ma non ci riuscí: poco a poco lo stato stuporoso fu sostituito da una lucida e fredda determinazione. Allora si finse svenuta, aspettó che si allontanassero, si alzó, fece una rapida ma marzialmente efficace doccia, si vestí coi capelli ancora umidi, infiló l’essenziale in un borsone mentre loro, improvvisamente timidi, non si muovevano dal salottino attiguo e si catapultó fuori dell’appartamento prima che potessero reagire.
      Quando aveva giá fatto la rampa di scale e giá vedeva la luce del portone d’uscita, sentí dietro di se la porta dell’appartamento aprirsi: accelleró ulteriormente il passo, uscí fuori e sparí al primo angolo di strada, poi dritta verso la stazione. Non vide nessuno che la seguisse. La confusione della stazione, il dover comprare il biglietto, la restituirono al mondo reale: seduta infine nel vagone, quando la carrozza inizió a muoversi sentí una fitta di dolore trapassarle il petto e copiose lacrime le inondarono il viso senza che riuscisse a dissimularle completamente alla vista degli altri passeggeri.
      Seduto davanti a lei si materializzo un elegante omaccione in giaccacravatta sui 50 che la guardava con benevola compassione, forse straniero, aveva un ciuffo spettinato di capelli bianchi e la faccia di chi probabilmente non disdegnava d’abusare degli alcolici. Aveva peró un aspetto familiare.
      Non disse niente ma le allungo con cortese discrezione un fazzoletto di stoffa che pareva appena stirato che le ricordarono i fazzoletti del nonno, quelli che stanno sempre pronti nel cassetto del comodino e quando era piccola e aveva il raffreddore ne faceva abbondante uso.
      Ringrazió con un cenno del capo poi cercó di ascugarsi le gote senza stropicciarlo per non sembrar sgarbata, pareva un elegante dama d’altri tempi.
      Fece caso a dei strani caratteri (cirillici?) ricamati sul bordo “P.K.”? all’improvviso si rese conto della straordinaria somiglianza tra il suo vicino e Radovan Karadzic, lo psichiatra ispiratore di sinistre pulizie etniche protagonista di notiziari anni prima, all’epoca della guerra di Bosnia.
      Alzo lo sguardo cercando conferme ma lo sconosciuto era svanito nel nulla cosi come era comparso.
      Non rivide mai piú nessuno dei due. Si inserí in un programma di intercambio internazionale universitario e si trasferí a Padova, giacché il nonno, prossimo agli 80, adesso viveva vicino alla figlia minore, zia Amparo, che si era sposata al Dolo, sulla riviera del Brenta.
      Preoccupati per la depressione della figlia, mammepapá le offrirono viaggi in Messico o dovevolesse ma preferí passare l’estate in casa della zia e del marito di lei due tipi simpatici che tante volte l’avevano invitata a passare qualche tempo con loro: alternativi inossidabili, ex autonomia operaia, la coppia benché ultaquarantenne non aveva desistito delle “lotte” e partecipava attivamente a iniziative di alterglobalizzazione.
      Faceva interminabili passeggiate pomeridiane solitarie, visitava le lussusose dimore degli antichi patrizi veneti, il caldo infernale di quel luglio non la faceva desistere.
      Solo la notte non la lasciava dormire e la consegnava ai suoi amari ricordi mentre si rigirava sul lenzuolo bagnato di sudore al ronzio del ventilatore che le sparava ritmicamente zaffate d’aria all’inguine risvegliandole un discreto ma doloroso desiderio sessuale.
      A settembre fu alla dimora studentesca assegnatale, aveva vicine caciarone e ostili che videro con sospetto questa straniera bella e timida che avrebbe distratto i maschi della zona. Vi erano numerose spagnole in intercambio, ben piú amichevoli, ma non riusciva a inserirsi nel clima festivo di queste, rimanendone pacatamente a margine.
      Solo una volta accettó un invito maschile a “uscire”, Fernando, uno studente della Guinea Bissau, galante e simpatico che la incuriosiva ma si guardó bene di dargli speranze.
      Ottenuta la laurea, l’ idea di infilare la sua vita in un reparto ospedaliero come specializzanda le creava un certo disagio e tristezza: voleva essere medico, ma come l’eroe del film visto tanti anni prima, non un ombra bianca tra tante che svolazza per corridoi e stanze di qualche ospedale tra cartelle cliniche, infermiere stronze, colleghi cinici e pazienti vecchi e moribondi.
      Avrebbe voluto andare in Africa con qualche progetto, ma, boicottata dalla famiglia e con il sospetto di non essere ancora professionalmente pronta a una sfida tanto impegnativa ripiegó su una idea, lanciata mezzo per scherzo dal nonno: fare l’ufficiale medico dell’esercito italiano. Aiutata anche dal vecchio eroe carico di medaglie che aveva ancora ottimi agganci tra le alti patenti del corpo degli alpini finí per concretizzare questa improbabile soluzione.

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      • luporosso
      • luporosso

      • 7 luglio 2014 at 0:00

      Che dire, Sr. @AtiLeong, avvincente e con uno stle semplice ed allo stesso tempo sofisticato.Guardi che é proprio bravo a scrivere, complñimenti e , per favore, continui a dilettarci ancora con questa storia. :dreaming :dreaming :dreaming :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap :clap
      :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman :youdaman

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    • :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming

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      • dionisio
      • dionisio

      • 7 luglio 2014 at 21:05

      Veramente bravo… :youdaman

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    • …si, anche a me piace un sacco come scrive il Signor Attilio Leone… :dreaming

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      • whitestyle
      • whitestyle

      • 8 luglio 2014 at 11:02

      Bellissimo @AtiLeong… a sua colpa se mi licenziano hahah :skull
      ho impiegato mezza mattina per recuperare tutti i passi … beh… qui su PV ci sono scrittori e poeti di alto livello e ne ho la conferma ogni giorno… bella trama, avvincente, emozionate.. Complimenti :dreaming

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      • piranha
      • piranha

      • 9 luglio 2014 at 17:13

      @AtiLeong,mi scusi signore,lo so che sono noioso,ma a quando il seguito?

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 10 luglio 2014 at 13:27

      Caro signor @piranha non si preoccupi e sia noioso quanto le piace :D ,
      la ringrazio anzi…il probelma e cge
      sto avendo giorni un poco concitati e peraltro oggi viaggio ( sono imbucato in un angolo d’ Europa che se fossi a S. Paulo o New York ci metterei meno a arrivare in Italia
      :-( ) .
      Spero ma non sono niente sicuro di avere un poco di tempo questo weekend per rivedere un altro pezzettino e pubblicarlo.
      Ringrazio inoltre sempre Il Signor Capitano, Madonna Biancostile, e i colleghi di ciurma eccellentissimi signori @luporosso, @dionisio e @aurelius per i gentili incoraggiamenti;
      ho ancora un 3-4 pezzi pubblicabili poi la storia l’ho piantata, ex-abrupto…ma sto ponderando l’idea di riprenderla.
      :-?

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      • Matt
      • Matta

      • 13 luglio 2014 at 14:43

      Letto tutto con piacere e sentimento. Curioso di scoprire in che modo si relazionerà la candida e delusa dottoressa con i rozzi marmittoni.

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