• L’ isola delle Piccole Dimenticanze

    Sto sempre approdando da qualche parte, in un modo o nell’ altro. Dopo averci navigato attorno un bel po’ metto in acqua la scialuppa e remo fino a marcar coi miei stivali la sabbia della spiaggia di quest’isola delle Piccole Veritá. Mi piace che son piccole. Fossero state grandi avrei avuto timore a sbarcare. Le veritá quando sono grandi sono pericolose, sono come l’Orco di Pollicino fanno della gente  “un sol boccone”.

    Ma le veritá piccole no, non ammazzano nessuno.

    Ti aspettano a casa la sera e come il gatto ti si strusciano sulle gambe e poi al massimo ti mordono leggermente il tallone, appena ti togli le scarpe, per farti presente che ti sei dimenticato di dargli da mangiare.

    Io le mie piccole veritá le nutro di scatolette di cose che  mi son dimenticato di dimenticare alternado con cose che mi sono dimenticato di essermi dimenticato.  Anche un gatto mica puó mangiare sempre la stessa cosa.

    Dopo tutto questo noioso abuso del verbo:  “dimenticare” mi sento obbligato di raccontare una storia in proposito.

    Una storia piccola, ambientata in un isola piccola,  di un amore piccolo…e mi fermo qua prima che a qualcuno vengano in mente Claudio Baglioni o ironiche illazioni sulle dimensioni virili dell’ autore di queste confuse righe.

    C’ era una volta ( le storie cominciano sempre cosi ) un tipo giovane, uno studente poco piú che ventenne che agli atti risulta fosse lo stesso individuo che scrive adesso. Ordunque questo giovine studente aveva diletto in fare qualchevolta un biglietto  per qualcheparte e poi una volta arrivato im questo qualcheparte si guardava in giro e poi magari veniva a sapere di qualchealtraparte che magari gli pareva interessante e allora contava i dobloni che ancora aveva in saccoccia e se era il caso si dirigeva verso questo qualchealtralparte.

    Fu cosí che tra foreste troppo grandi e montagne troppo alte e cittá troppo cattive venne a sapere di una isola che non aveva sentito nominare mai e cui non aveva mai fatto caso tanto é piccola,  un puntino appena al largo della costa dei Miskitos sulla mappa geografica.

    Ci arriva con un piccolo aereo che  atterra in un piccolo aereoporto.

    Ma quel giorno me lo ricordo bene nei dettagli  come fosse ieri. Un furgoncino mi porta fino all’ hotel percorrendo pochi chilometri fatti di palmeti, qualche casa di legno e dense mangrovie casa al popolo del numeroso popolo dei granchi.  Poca gente in giro. L ‘Hotel é una baracchina di reception, una piu grande che fa da spazio di ristorazione e   alcune stanza di prefabbricato affiancate che guardano una spiaggia. è  metá pomeriggio.

    Sacca sbattuta sopra il letto, sciaquata rapida, magliettina pulita e inforco la strada del vicino abitato, il principale dell isola che e a un dieci minuti di passeggiata.
    Colonizzata da puritani nel Principiare del 17º secolo e diventata presto base di corsari e pirati, visitata pure dal famoso Morgan. Attualmente é abitata da qualche migliaio di mulatti e neri che si dividono una manciata di cognomi: Turnbull, Hooker e pochi altri. Parlano un creolo dell’ inglese ma pure lo spagnolo, che le venture della storia li hanno sbattuti sotto sovranitá colombiana.
    La fine del pomeriggio sempre é stata ora buona per studiare il movimento.
    Ma L’ abitato é poco piú che un piazzale, un incrocio stradale, uno slargo.
    Un alimentari, la farmacia e piu che altro 4 o 5 chiese di legno che sorvegliano appollaiate attorno:  confessioni e sette cristiane pare ci tengano a contendersi la fede di questi pochi discendenti di schiavi e pirati. Seduti con serafica immobilitá in un pick-up vedo due inconfondibili rastafari. Se ne vede piú d’ uno  in giro.  Avvisto in lontananza  una turistica biondezza che lampeggia mano nella mano com un nero  alto e aitante. Ci incrociamo. Lei sui quaranta, lui parecchi meno: sento un alone di fredda ostilitá al loro passaggio. Come se la mia aliena presenza ne disturbasse l ‘idillio. Scusatemi l’intrusione. Io in veritá contavo in qualche nugolo di ragazzette a chiaccherare e rifarsi le trecce sulla veranda di casa incuriosite dal passaggio “of a new kid in town” . Niente di tutto ció. Le uniche donne che vedo sono solo culone che ciabattano indolenti spesso con piccola prole a seguito.

    In dieci minuti ho completato la visita al piccolo concentrato abitativo che non sembrava punto interessato a far la mia conoscenza. Neanche un ristorante o uno straccio di bar. Mi ritrovo a incamminarmi sulla strada, l’única che circonda l’isola, verso in una zona brulla e spoglia cui solitaria spicca su un altura una chiesa di legno. Faccio allora dietrofront verso la mia base, anche perché si avvicina l’ora di cena e mi pare il caso di scoprire come espletare questo necessario appuntamento col mio stomaco che reclama per la negligenza con cui l’ho trattato in quel giorno.  Alla recepcion non trovo la coppia di latini di mezz’etá , i proprietatari, che mi hán ricevuto al check-in. C’é un ragazzotto della mia etá, mulattochiaro coi ricci disordinati e biondastri bruciati dal sole. Lo soprannomino subito tra me “Ciosa” ( Chioggia- in veneto- perché il portamento mi ricorda quello caratteristico dei marinai e pescatori di quel borgo della laguna veneta ) . Amichevolmente mi fa presente che il ristorante dell’ hotel non é in funzione e mi indica due posti dove poter mangiare.

    Uno é dall’ altra parte della strada, appena dentro un sentiero tra le piante: “El Bucanero” dice l’insegna e vi ha dipinta una faccia pingue e irsuta  di filibustiere. Il padrone pare mi stia aspettando a me, appoggiato alla balaustra della veranda assomiglia parecchio al tipo dipinto nell’insegna. Il panzone mi illustra con una certa suffienza il suo menú, vantandosi della sua prodezza : “la pizza di granchio”. Il tipo mi sta un po’ sul cazzo e la sua pizza al granchio mi riprometto di evitarla, cosí mi incammino verso l’altro ristorante indicato piú in giú nella strada che scendeva tra i palmeti. Cinque minuti e ci sono. E piú grande, sta sulla spiaggia e ha meno cazzose pretese.  Lo gestiscono un ardimentoso manipolo di donne del posto, capeggiate da una  piccola e volitiva mulatta che gioviale mi porta fino in cucina per presentarmi e stringere la mano al personale. E giú a ridere tutti assieme per qualche futile motivo, forse mi prendono un po’ per il culo, ma se é cosi lo fanno con una grazia tale che non me ne importo.

    Faccio un giretto sulla spiaggia e torno che e giá buio e ci sono giá alcuni clienti ai tavoli. Qualche altro gruppetto di turisti. Ci troveró pure anche degli Italiani una sera, arrivati dal Costa Rica.

    Il cameriere cui sono affidato é nerissimo che pare un senegalese e gli sono particolarmente simpatico perché era stato con una ragazza di Firenze.

    Ma dietro al bancone c’é una tipetta caruccia, la figlia della padrona, e vittima del solito vizio cui giá in quei tempi remoti indugiavo, mi metto a occhieggiarla e studiare un aggancio.  Attacco a fine cena, vado al bancone e le chiedo il conto e un digestivo. Senza che glielo chiedessi mi fa sapere che studia nella capitale dove “tiene un novio” e “El é muy fiel” . Mi pare che globalmente peró se la tiri troppo e io di tipe che se la tirano troppo giá ne vedo abbastanza e se non le sopporto in patria non vido ragione per dare corda a questa qui.

    Torno all’ Hotel, per strada é buio pesto. Ma  le voci e ombre che incrocio svelano che le tenebre celano ancora una certa vitalitá. Un numeroso gruppo di castigliani che vanno tardi a cena parlano come di consueto alto.

    Cosí finisce il primo giorno, quello che ricordo bene.

    – continua-

     

     


    AtiLeong ha scritto anche:




    • :dreaming San Andres… :dreaming
      Mulatte, Pirati, isolette a metà strada tra chissà cosa e chissà dove…
      Prego Sig. Attilio Leone, si accomodi pure, e ci facci sognare!
      :ar

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      • CCSP
      • CCSP

      • 3 maggio 2014 at 2:42

      Bel prologo AtiLeong! Se il buon giorno si vede dal mattino…..
      Sul SuTammerica non ne so certo quando il capitano, per cui come dice lui, mi facci sognare!

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      • dragodoro
      • dragodoro

      • 3 maggio 2014 at 7:04

      :dreaming :dreaming :dreaming

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      • aurelius
      • aurelius

      • 3 maggio 2014 at 7:26

      Bene. Quando crede Signore…aspettiamo l’alba del nuovo giorno… :dreaming
      :ar

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      • magic_mirror
      • magic_mirror

      • 3 maggio 2014 at 8:02

      Ahi no! Me hace falta….San Andrès
      Quiero llorar….
      :cry

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 3 maggio 2014 at 15:00

      Mi vedo costretto ad avvisar lorsignori che in veritá non si tratta dell’ isola di San Andrés ma della sua sorellina minore Providencia.
      E che la seconda parte del racconto é piuttosto breve perché spiega, come dice il titolo, di come qualmente dei giorni che seguirono non mi ricordo praticamente piú un cazzo :Boh

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      • Matt
      • Matt

      • 3 maggio 2014 at 16:49

      Caro Signor AtiLeong questo suo bel racconto mi ha molto rilassato e ispirato: proprio cio’ che mi aspetto da P.V. Aspetto il seguito con curiosità e senza impazienza.

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 3 maggio 2014 at 17:36

      Parte seconda-

      La mattina dopo esco dalla stanza e la vedo.
      E girata e sta pulendo il pavimento. Coscia alta e tornita, spalle larghe da pallavolista, mi attira il pagliaio di capelli di quelli che erano di moda tra i neri negli anni ’70. Ho sempre avuto un debole per quelle com quelle capigliature lí . Mi sente e si volta. Mi spara un sorriso enorme. Sorride com tutto il suo essere e io in questo sorriso ci affogo dentro.
      Mi chiede se puó pulire la mia stanza. Ma é come se ci conoscessimo da sempre.
      Anche lei non é isolana. Viene una regione di dense foreste del continente. Há 37 anni. E io, all’ epoca dei fatti 23.
      A partire da quel momento perdo completamente il senso della sequenza temporale della mia presenza sull’ isola. Ho cercato di ricostruirlo attraverso indizi e punti di riferimento in seguito ma senza venire a capo di niente.
      Non ricordo.
      Tutte le mattine la aspetto. Lei tiene la mia stanza per ultima. Facciamo una piccola merenda assieme coi biscotti e col succo di frutta. E abbiamo la nostra oretta di amore. Una parentesi fuori dalla ordinaria dimensione dello spazio e dal tempo che sembra concederci una pausa per qualche ragione che ancora mi sfugge. Tutto il resto delle giornata gira attorno a questo punto fisso, il tempo non sembra procedere in modo rettilineo ma ruotare come in un vortice scompaginando il normale procedimento delle ore e dei giorni alla maniera che il mio sistema intellettivo é abituato percepirli.
      Al pomeriggio lei andava in chiesa. Non la vedevo praticamente mai fuori dal “nostro spazio”.
      Io ricordo che per qualche giorno é passato nei paraggi un uragano. Un uragano piccolo. Tanto vento una notte. Giornate grige in cui spesso piove.
      Un pontile di legno di un centinaio di metri che porta all’ isolotto detto “Catalina” dove si dice Morgan abbia sepolto un tesoro. Mi sono arrampicato sull’ altura sopra l’insenatura dove c’é un vecchio cannone ancora li . Una festa sulla spiaggia. Con le corse dei cavalli. Lí fraternizzo con un giovane prete cattolico asturiano piccolo, magro e smunto.
      Ma aspetto solo il suono della voce di LEI che canticchia una qualche laude al suo Dio risorto mentre si avvicina alla mia porta. E quei minuti di pelle lucida, tonica e fresca che sprigiona una fragranza pulita e tersa a riempirmi le narici e inebriarmi le mani.
      Rideva. Ero divertente io, lo era la situazione. Non lo so.
      Poco divertente era stata la sua vita per i brandelli che me ne offiriva; i due figli, una giá adolescente, daqualchepparte.
      Ma era Luce e non aveva semplicemente la capacitá di offrirmi alcuna ombra. Ed era fresca come la brezza Marina e non sapeva come soffiar fuori afosi affanni.
      Non mi ricordo come e quando sono andato via.
      Non mi ricordo di come ci siamo salutati.
      Non riesco a fare un calcolo preciso di quanto tempo é durato.
      Mi sembra una eternitá ma non puó esser stato che un attimo.
      A volte penso che, se l’ ho completamente dimenticata la mia dipartita dall’isola non sia mai avvenuta. Sono ancora lá e neanche lo so.
      L’única certezza che ho é che quando la Colombia há inflitto una clamorosa sconfitta all’ Argentina nelle qualificazioni al mondiale mi trovavo giá a Cartagena das Indias dove si é scatenato un inferno.
      A volte mi chiedo cosa ne sai stato. Non mi é rimasto niente di lei. Appena i versi di una canzone popolare dedicata a “Maria la Blanca Paloma” scritti in una calligrafia stampatello minuscolo diligente nel retro del fascicolo di dispense di Patologia Medica IIº.

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      • aurelius
      • aurelius

      • 3 maggio 2014 at 19:33

      Bene Sig. @AtiLeong …leggerla cosi lineare e semplice, con piccole istantanee fluide e delicate in alcuni casi…l’e’ sempre un gran Piascer, lo sa’.

      E sono convinto di due cose:
      – Che in fondo, lei credo ricordo ancora molto di quell’isola, basta cercare in fondo al cassetto dei sogni.
      – E che si…il tempo in fondo scorre sempre, o quasi sempre, in modo circolare intorno a noi. Questo fa’ si che la Vita non sia solo una corsa da un punto all’altro del tempo, ma che, un giorno, tutto tornera’ la’ dove tutto e’ cominciato. E sara’ una chiusura perfetta.
      D’altronde, non per nulla il cerchio e’ simbolo sacro e di Divina perfezione da millenni…ma queste sono altre storie.

      Bene Sig. AtiLeong, scriva scriva che le fa’ bene…ci fa’ bene.

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    • :dreaming :dreaming :dreaming
      Mi è piaciuto molto il Suo scritto, Signor Attilio Leone… :dreaming :clap

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      • Zest
      • Zest

      • 4 maggio 2014 at 10:18

      @AtiLeong

      non sei piu’ tornato in Colombia ? a onor del vero non ho mai capito bene dove tu di solito navighi se a Ovest o a Oriente o forse ti piace sempre cambiare luoghi e mai ritornare sui luoghi da te vissuti?

      ad ogni modo e ‘ un piacere leggerti hai una penna molto naif se cosi’ si puo’ dire :-)

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    • Bellissimo scritto caro @AtiLeong, immagino che la maestosità di codesto testo sia il risultato dell’amore profondo e segreto che lei nutre da sempre verso la sua collaboratrice Zezinha, spero che un giorno sarà finalmente sua :D :clap :clap :clap

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 4 maggio 2014 at 17:34

      @zest , Non sono piú tornato in Colombia da allora. l’epoca in cui ho viaggiato di piú sono gli anni ’90 , da qualche anno mi muovo davvero poco per vari motivi ma sto scalpitando.
      In Asia sono stato poco, la mia area di elezione é stata per qualche anno l’ america latina : Messico e Cuba soprattutto ( dove ho recidivato )

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 4 maggio 2014 at 17:40

      epicuro,

      Caro @epicuro , vedo che non riesce a dimenticare la cara Zezinha. Se continua cosi, mi fa venire la tentazione di mandarle il link del profilo FB cosí la vede perdavvero :D
      è la donna di un ominide ( h. erectus credo, perché i neanderthaliani pare fossero intelligenti ) di mia conoscenza. :goril

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      • luporosso
      • luporosso

      • 4 maggio 2014 at 20:39

      Caro @AtiLeong, anch’io pensavo fosse San Andrés, dove sono stato varie volte.
      Peró é Providencia.Come Provvidenziali sono i suoi Scritti, per coloro che amano i racconti appena sussurrati, in maniera leggera ma assolutamente avvincente.
      Non posso che sommarmi agli inviti dei colleghi: scriva, Sr. AtiLeong, che ci fa del Bene. :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :dreaming :youdaman :youdaman :youdaman :clap :clap :clap

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      • DrMichaelFlorentine
      • DrMichaelFlorentine

      • 9 maggio 2014 at 7:41

      E bravo AntiLeong su PV siamo riusciti a farla sbottonare un pò di più :D

      Cit. “abitata da qualche migliaio di mulatti e neri che si dividono una manciata di cognomi: Turnbull, Hooker” “isola visitata da Morgan” :dreaming :ar

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