• La DOTTORESSA DELLA CASERMA DEGLI ALPINI – parte 5ª

    IN CASERMA

    Il giorno dopo, la mattina presto.
    Un cielo grigio e freddo copre indifferente l’adunata degli alpini della caserma Vitali.
    L’ufficiale, il maggiore Borghi, fa mostra d’esser molto convinto di se e delle sue truppe.
    Pare non accorgersi dell’aria assonnata e svogliata dei militi: fermi sull’attenti ascoltano senza farci caso l’inutile sbraitare del maggiore, quando da una porta alle spalle di questi sguscia fuori una figura snella e agile di donna giovane che, senza prestar alcuna attenzione a costoro, s’affretta verso la vecchia palazzina sulla destra che ospita l’infermeria.
    Tutti gli occhi delle reclute ne seguono il percorso, qualche testa perfino si muove impercettibilmente; pure il maggiore interrompe il discorso per girarsi verso la sagoma che giá s’allontana. Fa mostra di squadrarla con astioso sdegno per qualche silenzioso istante e poi riprende con rinnovato vigore e convinzione la sua marziale arringa. Ma piú d’ uno giura d’aver intravvisto un malizioso sorrisetto soddisfatto rigare fugace lo scultoreo pizzo dell’ufficiale.
    Il nostro Attilio produce tra se un compiaciuto mugolio di approvazione a cotal graziosa e inaspettata visione.
    Piú di un petto oppresso dal cupo autunno della caserma si sente vieppiú leggero alla lieta apparizione, improvvisa e anacronica brezza di primavera.
    In molti fermenta il desiderio di veder piú da vicino, di verificare la beltá promessa ma solo fugacemente intravista da alcune decine di metri di distanza.
    La ragazza sentendo gli sguardi su di se si affretta verso il vecchio portoncino marrone sopra tre lisi scalini e vedendolo solo appoggiato non indugia a spingerlo, seppur timidamente, e entra.
    Si avventura quindi, come indicatole, su per la buia rampa di scale che le si presenta davanti stavolta senza fretta. I suoi passi eccheggiano nel solitario silenzio sui gradini di granito, tanto fini da sembrare potersi spezzare solo al saltarci sopra con un po’ di forza.
    Arriva al pianerottolo, nudo e abbandonato: una porta arcignamente chiusa a sinistra e una aperta a destra che e lá dove le han detto di andare: c’é una specie di sala d’attesa con due panche di legno che hanno un curioso schienale con un fantasioso intreccio di assi, stile art noveau, ma tutto a pezzi.
    I locali che fungono da infermeria della caserma sono vecchi e trasandati: le grandi finestre hanno la vernice degli infissi tutta scrostata; i muri bianchi hanno qua e lá aloni di umiditá e ombre di vecchi quadri o cartelli giá rimossi; le mattonelle del pavimento sono cosí vecchie da sembrar cronicamente sporche anche se a ben veder non lo sono; l’aspetto degli armadietti e dei lavandini ne denuncia la stanchezza di decenni di onorato servizio. Al contrario la scrivania del medico é nuova e imponente, la poltrona é degna di un manager e anche le attrezzature mediche sono modernissime: sfingomanometro elettronico, un eletrocardiografo che pare nuovo,
    il lettino e la lampada attigua pure.
    Le avevano detto che c’era “l’infermiere” ad aspettarla, ma non vede in giro nessuno.
    Dopo qualche istante pero appare, non sa da dove, un tipo paffutello e glabro che le sorride e le porge mellifluo una morbida manina. “La nuova dottoressa!” esclama gaio “Io sono Alberto, Girardello, il suo… aiutante!” e la guarda ammirato con affettuosi occhietti neri.
    “Sí, sono Dominga, la dotoressa” risponde un po’ sorpresa da tante effusioni: ne é contenta, peró fatica a adeguarsi al tono cordiale della conversazione.
    “Viene dalla Spagna, vero?” continua lui sempre guardandola tenero come una vecchia zia premurosa.
    “Sí, peró mio padre é italiano” inizia la spiegazioncina di rito, ma é subito troncata “Yo hablo un poco español”.
    Sorride, ma non sa cosa rispondere a tale affermazione, ma ci pensa lui a continuare “Tengo muchos amigos españoles, en Barcelona, Granada…” gesticola e piega la testina ben ben pettinata in modo tanto caratteristico che diviene definitivamente evidente che si tratta di un omosessuale probabilmente sbattuto in infermeria per risparmiarlo un po’ dalle crudeltá dei commilitoni.
    Fino a quel momento aveva solo contattato ufficiali altezzosi a trattarla con sufficienza e distanza a parte il tenente Zanetti che la sera prima, benché amichevole, aveva mal dissimulato i maschili interessi della simpatia dimostrata.
    Albertino, in servizio da quasi due mesi, la familiarizza con gli ambienti che pare conoscere come stesse lí da anni, mistura instruzioni pratiche con pettegolezzi specie sul precedente ufficiale medico, il dottor Zurlini pingue epicureo e su “quello lí la fuori” il maggiore Borghi, un sadico spiritato.
    Intanto lei si mette il camice, un po’ studia l’arsenale farmacologico a disposizione si siede infine sulla poltrona girevole, dá un giro di 360 gradi con le gambe distese e strabuzzando gli occhi e gonfiando le gote per far ridere il suo estasiato collaboratore.
    Le ore passano senza che appaia anima viva. Albertino svanisce in una stanza attigua a fare nonsocosa, ma per timidezza o forse per un certo senso di inadeguatezza non si risolve a indagare. I rumori dal cortile arrivano lontani e attutiti, per un istante arriva a sentirsi a suo agio, li dimenticata, quando qualcuno bussa alla grande porta di legno. “Sí?….Sí, avanti!” dice.
    Entra un tipo che pare un bambino solo che alto piú di 1.80, quasi tutti di gambe.
    Il faccino da bebé “posso?” chiede con un inaspettato vocione da basso.
    “Si sieda, mi dica” dice lei, professionale, forte di camice e stetoscopio attorno al collo.
    Mirko Selva, caporale, si sforza di essere serio e virilmente maturo ma é ovvio che é la prima volta che va da solo dal dottore, prima ce lo aveva sempre portato la mamma. Solo che stavolta non poteva aspettare la licenza perché giá da ieri sera “che si sente la febbre” e ha “il naso tutto chiuso”.
    Lo visita scrupolosa: ascultazione polmonare, temperatura ascellare e orofaringe (per quello che riesce, giá che l’idiota ha conati di vomito appena appoggia l’abbassalingua) alfine lo congeda con alcune compresse di ibuprofeno e generiche raccomandazioni.
    Quando la visita finisce e il paziente, rispettoso e reverente abbandona l’ambulatorio si illude per un istante di aver giá vinto ed avere sufficiente carisma medico per tenere a distanza l’intera caserma e forse tutto il corpo d’armta alpino.


    AtiLeong ha scritto anche:



      • dionisio
      • dionisio

      • 24 luglio 2014 at 23:13

      Bello……Un pezzo alla volta ma dal tuo pc escono perle mio caro :youdaman

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      • luporosso
      • luporosso

      • 24 luglio 2014 at 23:53

      Grazie Dr. @AtiLeong, da un suo fedele lettore per questa ennesima puntata della sua bellissima storia.Arrossisco un pó nel definirla il Norman Mailer de noantri… ;-) :dreaming

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      • DrMichaelFlorentine
      • DrMichaelFlorentine

      • 25 luglio 2014 at 13:40

      Belle le descrizioni Sig. AtiLeong, sembra di essere lì, ha un talento per questa cosa, chissà, magari un giorno, terminata la professione :dreaming

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    • Sior Attilio Leone, l’è sempre un piacere! :dreaming
      :clap

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      • piranha
      • piranha

      • 26 luglio 2014 at 14:17

      Sig@AtiLeong,io di complimenti ne ho fatti già troppi,lei sa benissimo che noi tutti la leggiamo con immenso piacere.La domanda sorge spontanea,a quando il seguito?Aspettiamo con ansia,sempre i miei rispetti Dott.Illustrissimo.

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      • Matt
      • Matt

      • 26 luglio 2014 at 15:39

      Caro Sig.@AtiLeong come dice l’amico @piranha a quando il seguito? E aggiungo, ci sarà un po’ di azione? Che so una scena di sesso selvaggio, un inseguimento di macchine con incidenti spettacolari e fracasso di lamiere, qualche ferito, una sparatoria, un ammazzamento?

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 26 luglio 2014 at 19:37

      Cari siori, vi ringrassio.
      Se gli Dei mi saranno propizi pubblicheró un altro pezzo domani stesso.
      Norman Mailer non lo conosco tanto bene, ho letto solo “antiche sere” che peraltro mi é piaciuto parecchio. Devo leggere altra roba di lui un giorno di questi.
      Per quanto concerne il sesso e violenza temo non ce ne siano tanti in questa storia caro signor @Matt… B-) :Boh
      specie di violenza.
      Ma lei mi ha di fatto sgamato: é ovvio che un vecchio porco come me ha materiale in archivio pieno di tutto questo :Whis

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      • AtiLeong
      • AtiLeong

      • 26 luglio 2014 at 19:38

      cazzo c’entra il faccino con gli occhiali neri ? – messo per sbaglio :hairpull

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      • piranha
      • piranha

      • 26 luglio 2014 at 20:32

      @matt,ma siamo in una caserma,mica in un carcere che trovi violenza inseguimenti ammazzamenti,compare matt,la prox ti manganello. :rotfl :rotfl :rotfl
      Per il sesso Sig@AtiLeong esageri pure :heyhey

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      • whitestyle
      • whitestyle

      • 26 luglio 2014 at 22:41

      :clap ma che bravo che sei @AtiLeong descrizioni e trama… leggo che forse già domani ci sarà un seguito? Aspetto con piacere :dreaming

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      • luporosso
      • luporosso

      • 26 luglio 2014 at 23:38

      Leggendo i suoi scritti, caVo @AtiLeong,
      mi venne appunto in mente una famosa frase di Norman Mailer :” L’unica vera fedeltá le persone la hanno verso le emozioni che cercano di ricatturare”…
      Fu certamente un autore molto controverso e in comune avete la capacitá di evocare immagini di ció che state raccontando che trasportano il lettore a immergersi nella storia e creano un suspense sottile e profondo.
      Vabbé, la smetto che se no poi mi dicono che mi é tornata la FdD™…

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      • aurelius
      • aurelius

      • 27 luglio 2014 at 7:58

      E si, un po’ come le puntate dei fumetti di Skorpio e Lanciostory. I mensili del Reader’s Digest o le cronache del lunedi della ” Rosa”…financo alcuni splendidi fotoromanzi della Lancio o Grand Hotel…a puntate.
      La vita a puntate. Per chi segue, sempre una bell’attesa. Scriva scriva CaVo @AtiLeong …attendiamo sviluppi !!! :-)

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